Sai qual è la differenza tra un momento ed un istante? É quella tra la suspense e la sorpresa, è una distinzione che distende in piano sequenza la memoria. Immersi in un’atmosfera, fisica e metafisica, un momento che non può essere quantificato, conteggiato. Oppure all’inverso l’attimo che si rivela nel suo paradosso in un istante. La narrazione cambia, si interseca in un labirinto dedalico, un vortice che riflette il nostro vissuto; i sentimenti si affollano senza parole, nell’assenza del fatto, nell’attesa di qualcosa che deve avvenire, e che forse non succederà mai. E poi il cambio improvviso, quell’istante inaspettato che rivolge le nostre vite, le modifica. Il cambiamento è avvertito sempre come un pericolo, quello di non esser riusciti a realizzarsi o di non aver colto in pieno. La paura è quella di essere stati travolti da una valanga, una deflagrazione che riporta tutto a zero. Ed ecco che l’uomo moderno si trova di fronte all’impenetrabilità del mistero, il più grande, quello della propria presenza e di come questa strabocca al di fuori dal crogiolo dell’umana comprensione. La vita ci investe e ci sorprende e ci costringe a rinnovare continuamene il nostro statuto di identità. Tutto questo è il cinema di Michelangelo Antonioni, i suoi film sono immagini di un mondo quotidiano, a tratti banale, borghese, noioso; un ambiente convenzionale in cui si dispiegano le vicende di destini ineluttabili. I vinti (1953), Tentato suicidio, episodio di L’amore in città (1953), Il grido (1954), raccontano per l’appunto il disadattamento, il disagio, l’alienazione, l’isolamento che incontra l’individuo in una società sempre più complessa, vittima della sua stessa razionalità, della perdita graduale ma inesorabile di rapporto col proprio ambiente naturale; in balia di una tenebrosa prospettiva borghese, razzista, perbenista e pseudo-illuminata, in cui gli istinti sono diventati nevrosi, psicosi, atti morbosi e viscidi. Antonioni problematizza a fondo il rapporto uomo-ambiente; L’avventura (1960), La notte (1961), L’eclisse (1962), parlano per l’appunto di una naturalezza ormai retaggio dei sempliciotti o dei poveracci, mentre l’uomo moderno vive lascivo il gioco della vita, cercando di trarre da essa il massimo di piacere e profitto, come può farlo colui che ha perso ogni fiducia e quindi ogni senso primario dell’esistenza. Lo sguardo di Michelangelo Antonioni penetra nella profondità di campo e il piano sequenza ci coinvolge in un susseguirsi di linee rigide e composite, definite dagli intagli essenziali dell’architettura razionale, in contrapposizione alle fluide composizioni bucoliche, dove il primario riecheggia attraverso un’arcadia perduta e misteriosa. In questa dicotomia, ormai inconciliabile, si cela sempre il pericolo imminente della deflagrazione, l’insidia di una prossima guerra atomica, o i postumi delle barbarie di ciò che è già avvenuto nella nostra contemporaneità, segnando l’animo umano in maniera ineluttabile. E se i personaggi maschili sembrano non avvertire il pericolo di questa inarrestabile separazione tra uomo e natura, quelli femminili di contro ne sono investiti visceralmente. Emblema di tale smarrimento Deserto rosso (1964), in cui la protagonista, preda di continue nevrosi, non è in grado di dare un senso alla sua esistenza, persa tra le banalità e i facili costumi con cui ogni giorno si affronta la vita moderna. Ma all’orizzonte non si scruta alcuna consolazione, non c’è una cosmologia forte, un assioma che possa contenere il flusso inarrestabile della realtà, del suo scorrere in avanti senza lasciare una traccia oggettiva, incorruttibile, per dare un senso compiuto alle nostre vite. E ciò che succede al fotografo di moda londinese di Blow-up (1966), stanco del suo lavoro di fotografo da copertina patinata, cerca di sorprendere la vita attraverso lo scatto estemporaneo. Ma la realtà capovolge le sue prospettive: sono le sue stesse immagini a nascondere un segreto, a svelare qualcosa che neanche lui poteva mai immaginare. Per Antonioni la vita è un viaggio in cui non esiste una distinzione temporale netta, tutto è nel presente e gira attorno all’atmosfera di un momento, alla necessità contingente di dare senso e andare avanti, anche se ciò può significare di essere in contraddizione con quello che si è stati o che si poteva diventare. In Zabriskie point (1970), come in Professione reporter (1975), sono i momenti di crisi, quelli in cui esce fuori la vera natura di un individuo, a dettare il ritmo di una narrazione pressante. La fuga, l’incontro, il pericoloso gioco dell’amore, la separazione, sono parti di un movimento per andare verso il proprio destino, anche se non si è mai veramente coscienti di come si incastrano i vari frammenti. Ma la montagna è stata scalata e già si apre un nuovo orizzonte. Ciò che appare chiaro è che per Antonioni nulla succede per caso, ogni azione è frutto di un sistema quantistico che sviluppa attrazione e repulsione energetica. Ciò che è pieno diventerà vuoto e viceversa, ogni slancio dell’uomo in definitiva è per la sopravvivenza; per rendere possibile l’incontro o perdere l’appuntamento, come in Al di là delle nuvole (1995), dove ciò che conta è soprattutto l’attesa, quando l’atmosfera è carica e tutto può ancora succedere. il cinema di Michelangelo Antonioni ci suggerisce che le storie non hanno mai un inizio e una fine, altresì sono spezzate, frammenti di una matrioska che include tutte le possibilità, e ciò le rende immortali. Il luogo giusto, la persona giusta, il momento adatto, l’attimo decisivo, non sono altro che disposizioni dell’animo che si alimentano del loro contrario, di ciò che sarebbe potuto succedere se avessimo avuto il coraggio di varcare quella porta, di esserci completamente o non esserci affatto. É questo il nostro destino, quello di nascere con una pressoché infinità quantità di possibilità che si riducono nel tempo, nella predisposizione innata a voler coercidere la realtà al sogno sino all’ultimo sguardo, quello di Michelangelo (2004), per un ritorno primordiale all’atto creativo, alla pura visione, prima del saluto finale.

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Articolo precedentell barone Wilhelm von Gloeden a Taormina
Stefano Puglisi
Docente universitario di Antropologia Culturale all'Accademia di Belle Arti Statale di Catania , filosofo e fondatore del movimento Il Terzo Millennio. Si è occupato in particolar modo dell'emergenze storico-artistiche del territorio dell'Italia meridionale e porta avanti una proficua attività per l'analisi dei modelli di vita elaborati dall'uomo nel corso dei secoli, dei sistemi culturali, sociali e religiosi creati per sviluppare una realtà sostenibile. Cultore di Storia Patria, è componente del comitato scientifico della rivista nazionale sui Beni Culturali "Quaderni del Mediterraneo".

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