ll barone Wilhelm von Gloeden a Taormina

Tra le immagini dell'immaginario collettivo di Taormina

Corpi che sono citazioni scultoree, immagini di nudità efebiche circondate dalla realtà di un ambiente che non è mai uscito dalla egemone cultura classica. La Sicilia, romantica, idealizzata, terra del mito, la Sicilia povera e sottosviluppata, attira il Barone Wilhelm von Gloeden (1856-1931), di origine tedesca, il quale qui porta avanti una inedita produzione fotografica. Tra le pale d’altare e i paesaggi mozzafiato, in mezzo le rovine e i reperti archeologici, egli ha mischiato il suo sangue con la gente del popolo, ammirandone la vitalità e la naturale bellezza. Von Gloeden a Taormina, le fotografie scandalose del Barone, le quali, verso la fine dell’Ottocento, immortalano l’idealizzazione del classico. Sulla scorta delle suggestioni letterarie, lasciate dai grandi artisti e letterati che hanno percorso il Grand Tour, von Gloeden compone delle immagini utilizzando il valore indicale della fotografia, nessuna post-produzione, le sue foto sono il teatro della vita, la vita che diventa teatro, nel tentativo di comporre un punto di vista ideale e idealizzato.

Wilhem von Gloeden, 1901.

Nelle immagini di von Gloeden non c’è un particolare che sovrasta l’altro, tutto è messo in primo piano: lo sfondo di ispirazione mitica e bucolica, i vasi in terracotta di epoca greco-romana, i corpi nudi di pastori adolescenti, i quali non parlano solamente della carne di cui sono fatti, essi rappresentano una esistenza mistica. Un modo per ricorrere alla memoria, rivitalizzando il passato e utilizzando le potenzialità indicali dell’oggetto, in senso allegorico e simbolico. Von Gloeden ci presenta il mito rivissuto in chiave enigmatica, in modo da interrogare l’arte attraverso l’immaginazione del classico, materializzando bellezze ideali. Le ispirazioni del Barone sono molteplici, viene accolto in Italia da molti artisti e letterati di spicco che non poco influenzano il suo lavoro fotografico. Sin troppo evidente risulta l’influenza dell’orientalismo in pittura, in particolare quella del pittore Francesco Paolo Michetti, il quale a Napoli apprezza il lavoro di von Gloeden e lo incoraggia a proseguire la strada intrapresa. Fra le conoscenze di personalità letterarie, quelle di Gabriele d’Annunzio e Matilde Serao, hanno sicuramente contribuito ad alimentare la vena colta e citazionista del Barone. Per von Gloeden il recupero del classico non ha nulla a che fare con il classicismo accademico, in esso egli recupera l’ideale di un ars erotica, la stessa che è stata demonizzata dal cristianesimo, rivive nelle sue immagini senza pudore.

Wilhelm von Gloeden, la terrazza di Taormina, 1904

Il suo è un aldilà metafisico, una composizione mentale prima che reale, la quale si avvale di ogni mezzo citazionista per rievocare e dare corpo e forma alle sue visioni. Ma le foto del Barone non sono solamente immaginarie, in esse si rispecchiano corpi e luoghi della realtà siciliana di fine Ottocento. Ed è così che al loro interno si scorge il paesaggio primogenio, la macchia meridionale. Come anche i corpi di ragazzi e ragazze adolescenti, non ci sembrano dei teatranti posti in loco per dare vita ad una scena, altresì essi incarnano anima e corpo dello spirito siciliano. Pose e gesta che catturano la naturalezza, curve sinuose e morbide di corpi che si fondono nel paesaggio. Per tali ragioni l’opera di von Gloeden può essere considerata una vera e propria testimonianza, egli è un osservatore che partecipa pienamente a consolidare un immaginario, quello dell’autenticità che ancora oggi i turisti trovano venendo a visitare la Sicilia.

Wilhem von Gloeden, 1902.

Il suo classico è nuovo, come è d’avanguardia per il tempo la sua tecnica, la fotografia, la quale gli offre l’opportunità di imprimere e rendere visibile, oltre il dato della prima impressione, le sue colte suggestioni. Per von Gloeden la fotografia non è quindi un fatto esclusivamente tecnico, bensì un continuo dialogo che si instaura tra il media, il soggetto da fotografare e l’artefice dello scatto. L’idea di partenza dell’immagine è consapevolmente messa in relazione alle potenzialità indicali del supporto tecnico, e con ciò che il fruitore-artefice si spetta come risultato. La sintesi di questo gioco di riflessi, di cui l’immagine si fa carico, dà luogo ad un nuovo spazio. Un luogo in cui l’uomo può interpretare se stesso, attraverso la tecnica, interrogando nel frattempo la natura. Ed è questa l’esperienza che hanno fatto gli autori del documentario Wilhelm von Gloeden a Taormina, i quali hanno utilizzato la tecnica di ripresa sviluppando un rapporto continuo tra la realtà e colui che si prende carico di riprendere e dare senso alle immagini. Le tracce del barone sono disseminate tra le immagini dell’immaginario collettivo di Taormina. Von Gloeden è ormai parte di un discorso ben più ampio, quello di una città che è diventata un museo a cielo aperto. Invano cercheremo quei volti che hanno popolato le fotografie di von Gloeden, perché oltre l’epidermide ciò che è cambiato sono i modi e i tempi di fruire la storia, di rendere un viaggio un’esperienza reale, di vita. Del barone oggi è rimasta la sua ombra, il suo simulacro al cimitero, il ricordo controverso, osteggiato da molti per la scelta di utilizzare la nudità di giovani modelli, ma che diventa richiamo turistico nella vendita di cartoline e riproduzioni.

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Stefano Puglisi
Docente universitario di Antropologia Culturale all'Accademia di Belle Arti Statale di Catania , filosofo e fondatore del movimento Il Terzo Millennio. Si è occupato in particolar modo dell'emergenze storico-artistiche del territorio dell'Italia meridionale e porta avanti una proficua attività per l'analisi dei modelli di vita elaborati dall'uomo nel corso dei secoli, dei sistemi culturali, sociali e religiosi creati per sviluppare una realtà sostenibile. Cultore di Storia Patria, è componente del comitato scientifico della rivista nazionale sui Beni Culturali "Quaderni del Mediterraneo".

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