Il San Sebastiano di Andrea del Sarto

Andrea del Sarto, San Sebastiano, dipinto olio su tavola cm. 86,5x62,2. 1529-30, collezione privata, Lugano.

Andrea del Sarto, San Sebastiano, 1529.

Mi sembra oltremodo doveroso ribadire la centralità dell’opera di Andrea del Sarto all’interno della più vasta rivoluzione iconografica di matrice toscana. Al pari di Michelangelo e del Pontormo egli è stato un punto di riferimento imprescindibile per la costituzione e l’affermazione di ciò che a posteriori chiamiamo maniera.

Andrea è l’eletto, il demiurgo, il sommo poeta, il sacerdote, lo sciamano, è colui che digerisce il mondo per metterlo in forma, rendendolo accessibile ai molti; a coloro i quali sanno vedere e utilizzano lo sguardo per connettersi ad una realtà che appare come un miracolo. In una prospettiva più ampia, la sua sensibilità visuale si fa carico dell’estroversione dell’essere, di quella particolare facoltà dell’uomo di condividere col creatore il creato, il creare. La sua è una esuberanza religiosa, mistica, animistica, esoterica, che rivela agli iniziati e nasconde agli infedeli. Immagini vere, vere-icone, accessibili esclusivamente a l’uomo di fede, cioè a chi ha fede in se stesso, in quel zigzagare che è l’ambulare umano, ed alla necessità di senso che lo contraddistingue. Modi e tempi dell’essere, qui ed ora, in vita, per la vita, nella convinzione di essere tutti figli dello stesso seme, e di non deludere la nostra stessa natura umana, nella discontinua molteplicità che ciò significa. Per queste ragioni l’opera di Andrea del Sarto è ancora viva e vibra della caleidoscopica luce del sole nel nostro presente. Perché il mondo, la realtà, e con essi l’immenso bagaglio di modi e tempi dell’essere, creati dall’uomo nella sua fantasmagorica narrazione esperienziale, hanno necessità di non perdere la fede, recuperando il senso più intimo della nostra esistenza. L’uomo è un animale spirituale, ed è stato attraverso la religione che siamo riusciti ad accedere alla necessaria forza emotiva che ci ha reso protagonisti nell’essere al mondo. Per tale ragione l’eredità del maestro, di recupero in recupero, ha guadagnato terreno critico diventando un punto determinante nella cultura figurativa di passaggio all’età moderna.

San Sebastiano, Pala di Gambassi, 1528.

Emblema di maturità e riferimento imprescindibile per tutta quell’arte che ha saputo trarre dal suo spirito creativo quell’aura di monumentalità, regalità e solennità, che rende le sue figure naturali e idealizzate allo stesso tempo. Le iconografie di Andrea del Sarto sono una continua sfida tra rigore stilistico, l’esibizione di corpi torniti e volumetrici, e la naturalezza di un colore sfumato che si esprime attraverso l’energia del movimento, di quel gioco tra luce ed ombra che caratterizza gesti ed espressioni. Come già prima di lui il Perugino, Andrea rappresenta corpi e gesta che vanno oltre il dato oggettivo, al di sopra della mera verosimiglianza. Essi sono tipi ideali i quali incarnano valori etici ed estetici assoluti. Gli stessi che ritroviamo nel taumaturgico San Sebastiano, raccontato nel celebre pezzo del Vasari nelle Vite: «Era Andrea molto familiare d’alcuni che governano la Compagnia di San Bastiano, dietro a’ Servi, i quali desiderosi di avere una testa di san Sebastiano di mano sua da ‘l bellico in su, fu lor fatta da Andrea con grandissima arte, sforzandosi la natura et egli quasi indovinando che quest’opere avessino a essere l’ultime pennellate ch’egli avesse a dare»1. Il San Sebastiano è quindi l’ultima opera del maestro, eseguita per la Compagnia fiorentina di San Sebastiano, detta “del freccione”, la quale aveva sede nella SS. Annunziata. Lo stesso Andrea ne diventa membro il 2 febbraio 1529. Data considerata dalla critica come termine massimo per la realizzazione del dipinto. Ed è così che il San Sebastiano diventa il testamento auratico, l’immagine di sintesi, figura retorica di un linguaggio, nel quale si esprime la particolare sorte di un caposcuola, stracopiato dai suoi allievi e dai pittori contemporanei come nell’innumerevole sequela di recuperi postumi. Le successive vicende della paletta, la quale già nei primi del Settecento non è più di proprietà della compagnia; in mancanza di documentazioni inoppugnabili, rende oltremodo complesso quel gioco di identità e di identificazione che è la storia dell’arte. A Partire dal XIX secolo infatti l’opera non è stata più individuata con certezza. Le innumerevoli copie di buona fattura coeve e postume, nel volume di John Shearman lo studioso ne conta 19, garantiscono però il riconoscimento del prototipo eseguito da Andrea per la Compagnia di San Francesco. L’iconografia sartiana non ci presenta l’usuale scena del corpo del Santo legato ad una colonna, o ad un albero, trafitto dalle frecce. Andrea ci rivela un San Sebastiano che si staglia fiero su un astratto fondo ceruleo. Gli attributi del Santo sono ridotti all’essenziale: due frecce sulla mano destra, tenute con leggiadria, e la palmetta del martirio sulla sinistra, dividono lo spazio dell’icona portando l’attenzione sulla palpabile tensione ascetica del volto del santo, gli occhi sono rivolti verso l’alto in un altrove, quasi ad indicare l’aureola nel suo capo. Il corpo è glabro, privo di segni, la muscolatura in tensione fuoriesce dalla profondità del buio sottostante bagnata da una luce radente, proveniente dalla sua destra. La luce è protagonista, essa ci rende partecipi dell’assunzione di Bastiano, ora al cospetto del grande Padre, mentre il suo corpo vibra e i muscoli si contraggono in risposta all’avvenimento ascetico. Ma è anche per noi lo stesso Andrea, la sua epifania, il testamento emulativo, la sua ultima preghiera, prima di incontrare con lo spirito le gesta, i santi, e la promessa religiosa che con la sua pittura è riuscito a rendere immortali.

1Vasari, 1550, v. II, pag 725.

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Stefano Puglisi
Docente universitario di Antropologia Culturale all'Accademia di Belle Arti Statale di Catania , filosofo e fondatore del movimento Il Terzo Millennio. Si è occupato in particolar modo dell'emergenze storico-artistiche del territorio dell'Italia meridionale e porta avanti una proficua attività per l'analisi dei modelli di vita elaborati dall'uomo nel corso dei secoli, dei sistemi culturali, sociali e religiosi creati per sviluppare una realtà sostenibile. Cultore di Storia Patria, è componente del comitato scientifico della rivista nazionale sui Beni Culturali "Quaderni del Mediterraneo".

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