Nella nostra realtà culturale post-storica, post-contemporanea, post-valori, mal si adatta ogni genere di definizione che voglia dare senso all’inarrestabile vortice di desideri e volontà a cui l’uomo non può sottrarsi.
L’essere si manifesta attraverso i nostri sensi e ci guida verso un destino emulativo, in una spasmodica rivelazione di modi e tempi per interpretare il vissuto, i quali hanno già ormai da tempo abbandonato le quieti pianure dei dogmi e degli assiomi per arrampicarsi in picchiata in direzione delle altezze vertiginose, di un io creatore, soggetto e oggetto che mette in forma il mondo.
Essere che si apre al pericolo del relativismo, del nichilismo, dell’apparizione simulativa, spinto verso una deriva del buon senso, in cui i simulacri si svuotano e il materialismo prende il sopravvento.
Ciò che appare chiaro è che la cultura Occidentale, fomentata da una egemonia politica ed economica d’oltre oceano, la quale, attraverso una sconsiderata globalizzazione, sta appiattendo la moltitudine di interpretazioni e modi di vivere che l’essere umano ha sviluppato nella sua esistenza; ha perso l’esercizio fondamentale del confronto, dello scambio, producendo nelle nuove generazioni alienazione e spaesamento.
Sta venendo a mancare una piattaforma di autenticità, la stessa che i turisti della nostra epoca massmediatica cercano tra le vie dei centri storici, tra i ruderi e le riserve naturali, nelle credenze e nelle superstizioni che ancora, ma sempre meno, sono possibili riscontrare nell’immenso patrimonio culturale della penisola italica.
Una autenticità stuprata, che è diventata un ridondante carosello di apparizioni folkloristiche, in cui essere mafioso appare figo, e tutti i siciliani sono mafiosi e violenti senza esclusione alcuna.
I mezzi di comunicazione multimediali già da tempo hanno sviluppato un immaginario collettivo della nostra cultura, essere siciliano, essere in Sicilia, e i diretti interessati, lasciati alla deriva di un sistema, separati, divisi, vittime di un retrogrado medioevo culturale, non hanno saputo controbattere l’uso e l’abuso che si continua a fare del nostro territorio.
Tutto ciò è avvenuto perché abbiamo scambiato il progresso industriale con quello culturale, ed abbiamo perso quei valori di mutualità, di solidarietà, che contraddistinguevano il popolo minuto, in favore di una competizione darwiniana falsa e smodata.
É questo ciò che siamo diventati, uno nemico dell’altro, con l’eterna sensazione di avere le spalle scoperte e di non poterci fidare di nessuno.
Ma ciò che contraddistingue la nostra gente è l’inesauribile forza emotiva che nei millenni, in controtendenza alla moltitudine di dominazioni che si sono susseguite nel suolo siciliano, ci ha resi unici, corpo e terra, vita e aria, uniti nell’appartenenza allo stesso sguardo verso il cielo e le stelle. Da qui deve ripartire l’emancipazione dai surrogati, dalla retorica di costume. Il siciliano è artista, creatore, di modi e tempi dell’essere, ciò deve diventare una consapevolezza.
Sono queste le premesse che mi appaiono chiare nel gruppo artistico New Imprint ( Enzo Sanfilippo, Pippo Sesto, Rino Fontana, Pinella Giuliano, Eleonora Pedilarco, Damiano Rubbino, Efesto Etna, Angela Gaetano Guarnaccia), i quali pur cittadini del mondo, sofisticati artisti-intellettuali della forma e del contenuto, hanno deciso di dedicare i loro sforzi, e con essi il bagaglio delle loro carriere, rimanendo ancorati al proprio territorio. I New Imprint sono degli aristocratici della mutualità, insieme essi formano un unico corpo energetico, il quale si moltiplica in un altrove, là dove le loro diverse personalità si fondono nell’opera formale.
É questa l’arte, la capacità di compenetrarsi con l’altro per diventare qualcos’altro ancora, ed è così che l’opera diventa nu travagghiu, nel senso più intimo del termine, essa viene partorita, viene messa al mondo, per continuare ad esistere di vita propria.
La stessa vita che pulsa nel fantasmagorico cubo di Acireale, il quale si definisce nel senso e nella forma in relazione ad un progetto espositivo complesso e variegato. In esso ritroviamo il piacere di raccontare, di trascodificare il tempo in pulsioni semantiche, ponendo al vertice il senso dei luoghi deputati, in quell’incontro indispensabile tra le generazioni mature e i percorsi di formazione giovanile, tra pubblico e privato, tra essere e apparire. Il cubo dei New Imprint è quindi un’opera aperta che si moltiplica nello scambio generazionale, in quel zigzagare delle menti che si incontrano per discutere e dare forma al mondo. Esso è portatore di esemplarità, quella di artisti veri che incontrano gli spazi del vivere comune, portando il loro esempio di serietà ed onestà operativa. Per tale motivo diventa anche vettore di possibilità emulativa per i giovani, nella prospettiva di riedificare la fiducia verso il prossimo, in una direzione di mutualità.

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Stefano Puglisi
Docente universitario di Antropologia Culturale all'Accademia di Belle Arti Statale di Catania , filosofo e fondatore del movimento Il Terzo Millennio. Si è occupato in particolar modo dell'emergenze storico-artistiche del territorio dell'Italia meridionale e porta avanti una proficua attività per l'analisi dei modelli di vita elaborati dall'uomo nel corso dei secoli, dei sistemi culturali, sociali e religiosi creati per sviluppare una realtà sostenibile. Cultore di Storia Patria, è componente del comitato scientifico della rivista nazionale sui Beni Culturali "Quaderni del Mediterraneo".

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