Il monte Lauro: carrefour de civilization

Sull’altipiano meridionale della Sicilia, di cui fa vetta il monte Lauro (m. 986), traggono origine due importanti fiumi, l’Anapo e il Tellaro, che delimitano con le loro valli un altipiano di forma pressoché triangolare. Questi due fiumi sono i testimoni ancestrali di un luogo di indiscutibile bellezza e fecondità, con molta probabilità, sede di abitazione umana sin dalla prima comparsa dell’uomo in Sicilia. Copiosa è infatti l’industria litica ritrovata sul pendio settentrionale, oggi al museo Paolo Orsi di Siracusa, che mostra nel suo complesso le caratteristiche di un paleolitico superiore, la più antica civiltà identificata fino ad oggi sull’Isola. Nel punto dove le sorgenti dell’Anapo e del Tellaro sono intervallate da una breve sella, al vertice di questa i siracusani impiantarono la colonia di Akrai.

La città sorge sulla sommità di un ampio torrione montano dai fianchi ripidissimi che separa le valli dell’Anapo e del Tellaro. Ai lati di esso si snodano due contrafforti montani, sul primo si sviluppa la medievale Palazzolo, sul secondo, detto Colleorbo, si trovano tracce di un antica necropoli e delle sculture rupestri chiamati dalla popolazione locale Santoni.

Il colle in cui sorge Akrai viene chiamata dal popolo Serra Palazzi (m. 770 circa), a ricordo dell’esistenza di ruderi scomparsi da secoli.

Monte Lauro, Palazzolo Acreide.

La colonizzazione greca.

Siamo di fronte ad un territorio da considerare di complessa lettura archeologica (città, insediamenti, cave), in cui le componenti del paesaggio vegetale, naturale, e di origine antropica, concorrono in maniera altamente significativa alla definizione dei caratteri paesaggistici, ambientali e culturali della regione. Un luogo in cui popoli e culture s’intersecano mischiandosi irreversibilmente al territorio stesso. Per queste caratteristiche risulta oltremodo complesso, se non addirittura impossibile, ricostruire l’esatta entità dei rapporti esistenti fra i colonizzatori greci e le popolazioni locali.

I siracusani, per impadronirsi di queste terre, hanno dovuto sicuramente cacciare o sottomettere le popolazioni indigene che qui abitava. La Sicilia, come noto, non è stata certamente una terra in attesa di essere scoperta dall’eterogenea cultura greca, ma è stata, una regione che ha vissuto il suo periodo preistorico. Dal quadro etnografico della Sicilia fornito da Tucidite1 apprendiamo che, dopo i Lestrigoni e i Ciclopi, l’isola è stata abitata ad occidente dai Sicani, una popolazione indigena proveniente dall’Iberia che viene cacciata dai Liguri sulle rive del fiume Sicano. Dopo la presa di Ilio alcuni Troiani insieme a dei Focidesi giungono in Sicilia stabilendosi accanto ai Sicani, e tutti insieme prendono il nome di Elmi. Veniamo inoltre a conoscenza che trecento anni prima della colonizzazione greca, scendono in Sicilia, dall’Italia meridionale, i Siculi che sconfiggono i Sicani e si stabiliscono prevalentemente sula parte orientale dell’Isola, confinando i Sicani nell’estrema parte occidentale.

Pur non avendo l’esatta entità dei rapporti esistenti fra i colonizzatori greci e le popolazioni locali, non essendoci documenti per scrivere questa storia, nulla ci autorizza a non notare le sensibili differenze che esistono tra i diversi siti, cercando in quegli aspetti della grecità coloniale un rapporto di scambi culturali avvenuto tra i greci corinti di Siracusa e la popolazione autoctona. Un meccanismo da cui scaturiscono reinterpretazioni e riplasmazioni, riformulazioni e adattamenti, evidenziati fin dalla fondazione, dalla necessità di costruire una identità indipendente. Una propria espressione, che può considerarsi a tutti gli effetti come fenomeno di transculturazione2.

Per questa ragione è opportuno uno studio in grado di cogliere le differenze culturali che di fatto distinguono i molti universi succeduti nel corso del tempo in questo territorio.

La fondazione di Akrai

Sulla storia della fondazione di Akrai sappiamo che come Casmene e Camarina segnano le principali tappe dell’espansione di Siracusa all’interno del territorio siculo, la sua fondazione è chiaramente dettata da motivazioni strategiche. Akrai, viene fondata, dice Tucidide, settantanni dopo Siracusa, nel 663 a.C. circa. La posizione della città domina il corso dell’Anapo, i siracusani con Akrai si assicurano tutta la ricca vallata che scende fino al grande porto: una campagna calcarea piuttosto arida e riarsa dal sole, ma che si presta alla coltivazione del grano e dell’olivo.Secondo Paolo Orsi3, Akrai non avrebbe avuto una storia autonoma ma avrebbe seguito, nel bene e nel male, le vicende di Siracusa. Difatti la città fino alla conquista di Marcello non batteva moneta. In ogni caso è testimoniato da Diodoro4, oltre che dai resti archeologici, che già intorno al VI secolo a.C. la colonia gode di una certa prosperità, attestata dai numerosi monumenti e dalla ricchezza dei corredi funerari. A quest’epoca, sotto Ierone II, dovrebbero risalire infatti il teatro e il Bouleuterion.

Akrai, bassorilievo raffigurante una processione religiosa, I secolo a.C

Il teatro e il bouleuterion

Il teatro è di minuscole proporzioni, adatto alla ristretta popolazione a cui serviva, ma di notevole interesse sia per l’età a cui appartiene, sia per la singolarità della sua pianta e della struttura. L’orchestra presenta la singolarità di essere perfettamente semicircolare con la fronte del logeion ellenistico sul diametro dell’orchestra. La ragione dell’avanzamento della scena rimane a oggi inspiegata, data la possibilità di spazio retrostante5. L’avanzamento dell’edificio scenico verso la scalinata fa in modo che venga a mancare lo spazio per le parodoi laterali. L’accesso al pubblico deve forzatamente avvenire ai due lati frontali dell’edificio scenico. Poco rimane della scena ellenistica, soppiantata in età bizantina da un mulino i cui impianti trasformano l’area.

Il Bouleuterion, anch’esso di minuscole dimensione rispetto agli esempi della madre patria, fu scoperto dall’Iudica quattro anni prima del teatro nel 1820, ma non fu interamente scavato, ne fu compresa la sua funzione. Nel 1944 nuovi scavi, diretti da Bernabò Brea, isolarono completamente il monumento chiarendo le sue funzioni.

Teatro greco di Akrai, III secolo a.C

Latomie

Adiacente al teatro si aprono le vaste latomie chiamate rispettivamente Intagliata e Intagliatella. Cave di pietra che attestano lo stesso sistema di estrarre la pietra, da parte dei coloni, proveniente dalla madre patria. Sulle pareti dell’Intagliatella, che doveva essere già delle dimensioni che noi la vediamo in epoca ellenica6, numerosi sono gli incavi quadrangolari identici a quelli che ritroviamo a Siracusa sul monte Temenide, sulle balze di Santa Lucia, e nelle pareti di alcune latomie. E fuori dubbio che il significato di questi incavi sia votivo e culturale. Sembra potersi affermare che la gran maggioranza di questi incavi sono stati usati per il culto degli eroi7, ad eccezione di un rilievo sul monte Temenide, nella via dei Sepolcri, rappresentante la Magna Mater, ed un incavo che forse raffigura invece le Meteres.

Veduta latomie di Akrai

I Santoni di Akrai

Di difficile interpretazione risulta il santuario rupestre dei cosiddetti Santoni, sul colle Orbo, situato a pochi metri di distanza dall’acropoli. Dodici nicchie di diversa grandezza di cui dieci riproducono la stessa figura femminile e due contenenti scene più complesse. Le nicchie si estendono per una trentina di metri tutte allineate sullo stesso piano orizzontale, tranne una su un piano più in basso insieme ad una nicchia votiva priva di figure. Altri piccoli incavi di forma regolare, sui quali si pensa ci siano state dipinte delle immagini, sono sparse tra le figure.

Jean-Pierre-Laurent Houel, Viaggio in Sicilia e a Malta, 1779

Lo stato di conservazione delle sculture è decisamente pessimo, gravemente rovinate dall’erosione del tempo e dall’incosciente azione vandalica dell’uomo8.

Non ci sono fonti letterarie antiche, epigrafi, ne fonti monumentali, che danno menzione di questo sito, per quanto ci è pervenuto dalla letteratura archeologica, la conoscenza di queste sculture rupestri risale a tempi relativamente recenti.

Il Principe di Biscari, nel suo Viaggio per tutte le antichità della Sicilia9 del 1771, è il primo a menzionare queste particolari sculture. Qualche anno più tardi nel 1787 il pittore Jean Hoüel dedica al sito tre bellissime tavole10, di grande maestria artistica ma di scarso valore scientifico. I disegni del pittore non spiccano infatti per la loro fedeltà, rivelando una novizia di particolari e raffinatezze, impossibili da riscontrare nella pietra degradata delle sculture. Ipotizzando che dovevano avere un qualche significato funerario, Hoüel interpreta le figure come appartenenti al culto dei morti. Per avvalorare la sua tesi esegue uno scavo davanti i Santoni, ma trova solamente il nudo suolo roccioso.

Nuovi scavi vengono eseguiti nel 1809 da Iudica11 scoprendo delle nuove figure ed altre seminterrate, insieme al ritrovamento, sotto le nicchie, di olle, lucerne e piccole paterne, oltre a diverse medaglie di bronzo di età imperiale. L’interpretazione che tenta di tracciare Iudica non è dissimile da quella di Hoüel, ritenendo che il sito avesse un qualche significato funerario in relazione con le sepolture negli avelli della Pinita.

Dello stesso parere sembrano il Duca Serradifalco e il Cavallari che fa per il volume Antichità della Sicilia12 del Serradifalco un nuovo rilievo d’insieme nel 1840, oggi andato perduto.

Per Paolo Orsi13 le figure rappresentate in queste sculture sono le dee Demetra e Persefone. L’archeologo ipotizza che i rilievi, posti di fronte alla necropoli, dovevano aver avuto un significato funerario, come si usava fare con il culto di Persefone. Anche il modio raffigurato sul capo della dea è generalmente conosciuto come attributo delle due grandi dee siciliote e sembra condurre su questa pista. A favore della tesi di Orsi sappiamo, dalle fonti antiche e da ritrovamenti archeologici14, di un legame molto particolare tra la Sicilia e le dee Demetra e Kore15. Il culto doveva essere fra i più importanti a Siracusa, come ad Akrai, dal momento che intorno al V secolo a.C. è presente l’icona sulle monete16. Inoltre sappiamo che Demetra e Kore sono state venerate in tutta l’isola, testimonianze importanti si trovano a Enna, Gela, Agrigento, Catania, Selinunte17, come nella vicinissima Pantalica dove Bernabò Brea nel 1964 porta alla luce un piccolo Santuario di età greca, IV secolo a.C, dedicato alle divinità Demetra e Kore. In relazione a questa ipotesi bisogna tener conto che i dati raccolti per l’identificazione del culto, il più delle volte, sono basati su materiale votivo, statuette, maschere, la cui produzione seriale non permette di operare una effettiva distinzione e può essere facilmente identificata come ex-voto per altre divinità.

Anche la posizione di Pace18 non si differenzia di molto da quelle fino adesso enunciate, ma risulta interessante per il rapporto che propone con le forme di religiosità locale. Nella zona di Akrai e di Siracusa l’usanza di incavare nicchie nella roccia sembrerebbe ricoprire un lasso di tempo lunghissimo, dal V al I secolo a.C. Queste nicchie di usanza diffusa sia in Grecia che nelle colonie di Sicilia, secondo Pace appartengono a due grandi gruppi, uno destinato ai culti dei morti, e l’altro di ex voto alla regina degli inferi, che partecipa al doppio uso religioso di vita e di morte. A quest’ultimi dovrebbero appartenere le figure rappresentate dalle atipiche sculture rupestri detti Santoni.

Pace, inoltre, mette in relazione i Santoni di Akrai con un altro culto che ha avuto larga diffusione in Sicilia prima dell’arrivo dei greci, assimilabile alla devozione di Ninfe e divinità fluviali. Un culto che venerava le forze soprannaturali della natura, le cui radici vanno cercate tra i monti Erei, dove scorre l’Anapo. Venivano chiamate Paides, Korai, Nymphai, vivevano accanto ai pastori e abitavano negli antri umidi.

A contatto con la religione greca queste divinità legate ai fiumi e alle sorgenti perdono ben presto le loro peculiarità originarie trasformandosi in una forma ellenizzata. Nel territorio dell’odierna Buscemi, sul monte San Nicola, si trovano delle grotte con un considerevole numero di nicchie, secondo l’analisi delle iscrizioni si tratta della venerazione di dee ctonie, epigrafi commemorative di pellegrini o votive, inquadrate anch’esse all’interno di piccole strutture architettoniche simili a nicchie.

Nelle grotte venivano venerate divinità femminili chiamate Anna19 e Paides, secondo l’antica concezione omerica20, divinità dell’acqua più propriamente delle fonti e dei fiumi che hanno talvolta dimora anche sulle vette dei monti. Dee dalla natura “ctonia” che presiedono alla fertilità della terra, dei boschi, delle acque e del gregge.

Forme di culto ancestrali, legate agli elementi della natura, sicuramente in stretta relazione con l’Anapo, il fiume perenne, intriso da sempre di immagini mitiche.

Pace pensa a delle possibili relazioni tra il sito di Anna e Akrai, e ipotizza che si può trattare di un santuario appartenente alla città non tanto dissimile ai Santoni.21

L’ipotetico rapporto messo in luce da Pace, tra il santuario di Anna a Buscemi e i Santoni di Akrai, pur non essendoci testimonianze raccolte nelle campagne circostanti che possono confutare la sua tesi, può farci riflettere sui procedimenti di transculturazione avvenuti tra gli indigeni e i conquistatori greci. Nulla non ci autorizza ad immaginare una qualche relazione pre-ellenica tra i siti presi in esame. Gli indizi portati alla luce certificano che indiscutibilmente la zona è stata da sempre sede di attività sacre e culturali di rilievo.

Nicchia votiva con altro rilievo raffigurante la dea

In diversa direzione vanno le ipotesi di Conze22, a cui spetta il primato di aprire una nuova pagine sull’interpretazione delle statue del Colleorbo, mettendole in relazione con le sculture rupestri della dea Cibele23 in Anatolia.

Quella di Conze è una posizione che trova eco e si amplifica nelle ricerche di Bernabò Brea24e della Sfameni Gasparro25, due tra gli studiosi che hanno sicuramente trattato il problema in maniera più ampia e scientifica.

Per i due studiosi non ci sono dubbi: il modio, il timpano, la paterna, i leoni, e le nicchie a forma di naiskos, sono attributi della dea anatolica.

Molto più problematico è invece spiegare la presenza di queste figure in rapporto con la Sicilia. Il santuario rupestre di Akrai, attestato che si tratti della dea Cibele, sarebbe un unicum nell’ambito della religiosità metroaca in occidente.

Rilievo raffigurante la dea con accanto i dioscuri

L’unica testimonianza26, indiretta, che collega la dea con il territorio di Siracusa sembrerebbe quella di Pindaro27, un’ode dedicata a Ierone I caduto malato, che ci rivela la conoscenza della “dea Madre” nella zona di Siracusa, databile probabilmente intorno al 475 a.C28Allo stesso periodo apparterebbe la più antica fonte monumentale, che può attestare la presenza della dea Cibele in Sicilia, una statuetta fittile, di stile ionico, raffigurante una dea con un leoncino accovacciato sulle ginocchia. Il documento, rinvenuto integro in uno strato databile al VI sec. a.C. proviene dal santuario arcaico di Bitalemi a Gela, un luogo sacro dedicato a divinità dagli aspetti agrari e inferi, attribuito in seguito a Demetra. Un’altra statuetta, raffigurante anch’essa una dea con leoncino sulle ginocchia, databile sempre al VI sec. a.C., è stata ritrovata nel santuario Selinuntino della Malophoros29, legato al culto della terra come dispensatrice di vita e dimora di morte. Alla stessa tipologia è riconducibile una statuetta fittile rinvenuta nella necropoli del Fusco, che attesterebbe, se confermata, la diffusione del culto a Siracusa già in età Arcaica.

Anche sul colle Temenite, nella via dei Sepolcri, tra le pareti di pietra intagliate e ricoperte di edicole votive, una divinità scolpita in un piccolo rilievo potrebbe essere la dea Cibele. Purtroppo del rilievo, essendo in pessimo stato, non è stata possibile un esatta interpretazione e datazione. Attraverso un attenta analisi è possibile comunque riconoscere un timpano nella mano sinistra e due animali ai lati di un trono, attributi che condurrebbero alla dea Cibele.

Per spiegare la presenza della dea Cibele in Sicilia e nello specifico in una colonia della Magna Grecia, sono state avanzate numerosi ipotesi, l’interpretazione che finora ha avuto più successo tra gli studiosi è stata proposta da Margherita Guarducci30. La studiosa ipotizza che l’assimilazione del culto di Cibele a Siracusa, quindi ad Akrai, sarebbe avvenuta attraverso gli strettissimi rapporti in periodo ellenico con la città di Locri31. La conoscenza di Cibele da parte dei locresi si ritiene venga dalla vicina città ionica di Siris fondata dai Colfoni, cacciati dalle loro terre dopo la conquista dei Lidi nel 685-670 a.C.

Nel luogo dell’antica Siris, oggi Policoro, è stato ritrovato un santuario di Demetra in cui si trova un area sacra formata da numerosi bothroi32 contenenti ossa di animali, figurine fittili e vasi, appartenenti ad un singolare culto. Nell’area sacra di Centocamere a Locri, in cui nel VII secolo a.C sembrano esistere i culti di Afrodite e Kore, gli stessi bothroi sono stati ritrovati, insieme ad una serie di oikoi, contenenti resti di animali tra cui il cane33.

Per quanto riguarda il territorio acrense, le indagini di Brenabò Brea, insieme alle dettagliate illustrazioni di Rosario Carta34, a più di cinquant’anni dalla loro pubblicazione, rimangono il punto di partenza imprescindibile per inserire i cosiddetti Santoni in rapporto al loro contesto socio-culturale di origine. Secondo i ritrovamenti rinvenuti nel corso delle indagini, alcuni frammenti ceramici, l’area sarebbe databile intorno al III secolo a.C.

La descrizione che ci riporta Bernabò Brea delle figure scolpite sul colle Orbo, insieme ai disegni di Carta, delineano un modellato che tradisce una certa rozzezza, frutto dell’inesperienza delle maestranze locali, tanto da considerarle “sbozzate più che scolpite”35, inoltre, ipotizza che in origine i rilievi potevano essere ricoperti da una stuccatura e una colorazione che attenuasse la sgradevole goffezza del modellato. Bernabò Breà mette in evidenza dei fori, singoli e a coppie, che pensa dovessero servire per applicare “delle goffe decorazioni metalicche”, braccialetti, collane, corone sulla chioma e intorno al collo, riconducibili a forme di devozione popolare.

Avendo visionato personalmente il sito non mi sento di condividere tale opinione: il pessimo stato di conservazione delle sculture non permette di valutare con chiarezza l’effettiva qualità che il modellato doveva avere in origine. Comunque sembra improbabile che la costruzione di un luogo sacro di questa portata, che sicuramente doveva avvalersi di una classe sacerdotale colta e raffinata, sia stato realizzato da maestranze “incompetenti”.

Di particolare rilevanza per l’interpretazione delle sculture è il riconoscimento dei leoni, interpretati da dal pittore Jean Hoüel e da suoi successori come cani36, che non lascerebbero dubbi sull’identità della dea rappresenta.

 

Note:

1Tucidite VI 2, 1-6.

2Paolo Sacrpi, Manuale di storia delle religioni, La Terza, Milano, 1998, pag 7.

3Paolo Orsi 1921, 8.

4Diodoro, XVI 83.

5Bernabò Brea suggerisce: «E forse da supporre che immediatamente al di là della scena si trovasse qualche importante edificio o qualche via che non potesse essere in alcun modo spostata». Luigi Bernabò Brea, Akrai, Catania 1956, pag 36.

6Luigi Bernabò Brea, Akrai, Catania 1956, pag 59. Benabò Brea scrive che l’Intagliatella esisteva forse rpima dell’età Ellenistica, e, solo più tardi, in età romana, si riprese ad estrarre materiale approfondendo una limitata zona all’estremità occidentale.

7 A provo di di questo culto vi sono le iscrizioni frequenti nei Templi Ferali e i soggeti dei rilievi dei rilievi di Siracusa e di Akrai che appartengono a questa classe di ex voto. Luigi Bernabò Brea, Akrai, Catania 1956, pag 61.

8«Alcuni sono stati cancellati più dalla mano dell’uomo che da quella del tempo. «I pastori dei dintorni prendono talvolta le pietre e, per passatempo, senza cattiva intenzione, colpiscono le mani o le teste delle figure senza rendersi conto di quello che fanno». Jean Hoüel, Vojage a Siracusa 1777, Sellerio editore Palermo, edizione giugno 2003, pag 181

9Principe di Biscari, Viaggio per tutte le antichità della Sicilia 1771, Napoli 1781, pag 83.

10Jean Hoüel, Vojage a Siracusa 1777, Sellerio editore Palermo, edizione giugno 2003, pag 180-186.

11Barone Gabriele Judica, 1819.

12Lo Faso Duca Di Serradifalco, Antichità della Sicilia, volume IV, Palermo 1840.

13Paolo Orsi, Acre, Palazzolo ecc.

14Sfameni Gasparro, I culti orientali in Sicilia (1986,144s)

15Diodoro Siculo scriveva che l’isola era sacra alle due dee e che era stata concessa a Persefone come dono di nozze, ( V, 1.2); Erodoto ci narra la storia di Teline, discendente di uno dei fondatori di Gela e detentore degli hiera delle dee ctonie che tramanda questi ultimi ai suoi successori i Dinomenidi. Inoltre le dee Demetra e Kore venivano venerate a Siracusa come divinità sotterranee, rappresentate con la fiaccola in mano nelle monete siracusane.

16Paolo Orsi Acre Palazzolo ecc.

17Veronese individua 52 santuari di Demetra e Kore contro i 10 di Atena, 7 di Afrodite, 4 di Artemide e tre delle Ninfe. Veronese, 2006.

18Biagio Pace, Arte e civiltà della Sicilia antica, n. 1, 1938.

19Un dato di particolare interesse messo in luce dalla Guarducci farebbe risalire il nome dell’enigmatica figura di Anna ad un vezzeggiativo posseduto da tutte le genti indeuropee per indicare la “madre”. Secondo la Guarducci l’unica omonimia della dea sicula nell’intero bacino mediterraneo sarebbe la latina Anna Perenna. Margherita Guarducci, Il culto di Anna e delle Paides nelle iscrizioni sicule di Buscemi, eil culto latino di Anna Perenna, Editore Zanichelli, Bologna, 1936.

20Omero, Od. VI 123.

21Anche Paolo Orsi, che sostenne la campagna di scavi del cosiddetto tempio sacro di Costa dell’Oro nel 1899, ritiene di attribuì il tempietto alla vicina Akrai a causa dell’assenza di abitazioni nelle vicinanze del sito. Non conferma questo dato la Guarducci che ne attribuisce la proprietà a Siracusa in epoca Romano Imperiale. il materiale recuperato è databile tra il III sec. a.C. e il IV d.C. Gaetano Belvedere, Il Tempio Sacro di “Costa dell’Oro”, www.geocities.com/archisr/sicilia/index.htm.

22Conze, Hermes Cadmilos, Arc. Zeit. 38, 1888 pp. 1-10.

23Cibele (Kυβέλη, Cybĕle): Il culto della dea Cibele si sviluppa nelle popolazioni preelleniche dell’Asia Minore, soprattutto in Frigia e in Lidia, da cui successivamente viene adottata dai greci. Cibele è legata indissolubilmente con la figura della dea Kubaba, attestata attraverso documenti orientali, cuneiformi e geroglifici, che vanno dal XVIII al VII secolo a.C. Le più antiche designazioni della dea ricordano solitamente i luoghi del suo culto, tra i quali prevale quella di Kυβέλη, dal nome Kυβέλa di un monte della Frigia, ora non più identificabile. Il culto della dea Cibele, in cui si rispecchiano le caratteristiche della religione Frigia, appare al tempo stesso come dea della natura e dell’agricoltura. Di carattere prevalentemente orgiastico, le sue cerimonie e i miti che la circondano, insieme alla leggenda del giovane pastore Attis, simboleggiano il ritorno della primavera e il sopraggiungere dell’inverno. Dalla Frigia il culto di Cibele si diffuse largamente in Lidia e nelle regioni greche asiatiche, fino ad arrivare nel Peloponneso e in Boezia. Nell’anno 205 a.C il culto di Cibele fu introdotto a Roma per suggerimento dei libri Sibillini. Durante la seconda guerra punica la sacra pietra metereoritica, attestata come la più antica immagine della dea, fu trasferita dalla Frigia a Roma (Liv., XXIX, 10, 14). La dea fu venerata ufficialmente dai romani con la denominazione ufficiale di Mater deum Magna Idaea Palatina (Corp. Inscr. Lat., XII, 405). Il tipo di rappresentazione più comune della dea non risalgono più indietro della fine del V sec. e sono di epoca ellenistica e romana. La dea veniva rappresentata come una divinità matronale seduta su un trono in mezzo a due leoni, col timpano su una mano e il modio sul capo.

24Idem nota 5.

25Giulia Sfameni Gasparro, Per la storia del culto di Cibele in occidente: il santuario rupestre di Akrai, in LANE 1996, 50 -87.

26Oltre Pindaro abbiamo una sola fonte diretta,, Cicerone, oltre a un ode di Pausania, datata intorno al 475 a.C (Pindaro, le pitiche, a cura di B. Gentili, Milano 1995).

27«Ma voglio pregare la Madre, dea venerabile insieme con Pan, che le fanciulle spesso nella notte presso il mio atrio cantano». Pind. Pith. III, 77ss. Traduzione a cura di B. Gentili, Milano 1975.

28Le prime attestazioni sicure della dea Cibele in Grecia risalgono più o meno allo stesso periodo: «L’iconografia attesta l’importanza a partire dall’inizio del VI secolo a.C. (…) A partire dalla seconda metà del V secolo a.C. il prototipo della dea circondato dai leoni, mediato dall’iconografia ionica si ritrova trasformato dalla grande arte ateniese: questa versione è rappresenta dalla statua cultuale realizzata da Agoracrito, allievo di Fidia, in un santuario connesso al Bouleterion, sede del Consiglio dei Cinquecento sull’Agorà di Atene». Philippe Borgeaud, La Madre degli dei, da Cibele alla vergine Maria, Editrice Morcelliana 2006, pag 25.

29Ci riferiamo alla triade Malophoros, Meiliochios e Pasikrateia. Per la divinità di Selinunte si veda E. Manni, Da Megara Iblea a Selinunte: le divinità, Kokalos 21, 1975.

30Margherita Guarducci, Cibele in un epigrafe arcaica di Locri Epizefirĵ, in M. Guarducci ( a cura di ), Scritti scelti sulla religione greca e romana e sul cristianesimo, EPRO 98.

31Pag 68 Polibio rapp siracusa locri

32IL termine bothros è utilizzato generalmente per indicare una cavita, una buca, scavata nella pietra. Secondo Omero ( Od. X 517 ss.; Xi 25-47) nel bothros si versavano le offerte agli dei e sopra id esse si sacrificava la vittima. Esistono tre tipologie di bothroi, di tipo domestico, sepolcrale e sacro Quest’ultimo era utilizzato per le offerte alle dee ctonie, generalmente rinvenuti dentro i recinti sacri dei santuari. Proprio a quest’ultima categoria appartengono le cavità di Akrai e delle altre località siciliane, che, a loro volta ricordano le numerose fosse limitrofi ai santuari rupesstri asiatici di Cibele.

33Secondo Ciaceri l’animale sarebbe un elemento prettamente indigeno nei riti e nei culti siciliani. E. Ciaceri , Culti e miti nella storia dell’antica Sicilia, Catania 1911.

34Idem nota 5.

35Le figure tozze, sgraziate, con proporzioni spesso eccessivamente corte e con scorci errati, hanno panneggi duri, angolosi, privi di qualsiasi morbidezza. In realtà si possono dire meglio sbozzate che scolpite, mancando in esse qualsiasi rifinitura, qualsiasi delicato trapasso di piani. Le membra sono in generale rotonde senza particolari anatomici. Il fondo non è neppure levigato, ma conserva traccia di grossolani colpi di scalpello. Idem nota 5, pag 92.

36Sull’interpretazione dell’animale ai piedi della dea (rilievo XII), o forse, su di essa accovacciato (rilievo I), uno studioso del calibro di Pace ha difeso l’interpretazione del cane come compagno di Hecate con cui Persefone e spesso confusa e identificata. B. Pace, Arte e artisti della Sicilia antica, MAL 15, 1917.

Molto è stato scritto sul cane in rapporto ai riti e ai culti siciliani: l’animale rappresenterebbe, secondo un interpretazione che ha le sue radici in oriente, la divinità fluviale. E. Ciaceri, Culti e miti nella storia dell’antica Siclia, Catania 1911.

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Stefano Puglisi
Docente universitario di Antropologia Culturale all'Accademia di Belle Arti Statale di Catania , filosofo e fondatore del movimento Il Terzo Millennio. Si è occupato in particolar modo dell'emergenze storico-artistiche del territorio dell'Italia meridionale e porta avanti una proficua attività per l'analisi dei modelli di vita elaborati dall'uomo nel corso dei secoli, dei sistemi culturali, sociali e religiosi creati per sviluppare una realtà sostenibile. Cultore di Storia Patria, è componente del comitato scientifico della rivista nazionale sui Beni Culturali "Quaderni del Mediterraneo".

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