Salvator Rosa, artista napoletano (1615-1673), pittore e poeta, figura eclettica dai molteplici interessi, appassionato attore e commediografo, ha lasciato una traccia indelebile del suo passaggio, indispensabile per comprendere a pieno, senza cadere nella retorica, quella stagione dell’arte chiamata Barocco.

Nella pittura, suo principale mezzo espressivo, egli si nutre di un’innata vocazione letteraria fusa a quel realismo pittorico che dal Seicento fino ad arrivare all’Ottocento di Filippo Palizzi domina la scena napoletana.

Di mentalità filosofica e stoica, Rosa fa parte di una corrente di dissenso, in voga nel Seicento, che coinvolge gli stessi ordini religiosi e molte famiglie nobili, per i quali non esistono verità assolute ma si cerca di esprimere soprattutto un atteggiamento morale contro l’establishment del proprio tempo.

In linea con la filosofia stoica egli esalta il rifiuto alla schiavitù, ai vizi e alla ricchezza, proponendo una nuova forma di ribellione alla civiltà che corrisponde alla rivitalizzazione di quegli elementi primari, individuati dal pittore nelle rappresentazioni di una natura primigenia, espressiva, ricca di riferimenti mitologici.

Salvator Rosa, Grotta con cascate, 1639. Palazzo Pitti, Firenze.

Già all’inizio della sua carriera, non riuscendo ad ottenere commissioni pubbliche, sviluppa una pittura di “genere” in cui i valori atmosferici degli elementi naturali, la campagna, il mare, i ruderi classici del paesaggio italiano, non sono più solo il supporto di fondo per valorizzare la figura umana, essi diventano protagonisti assoluti in grado di emozionare e sorprendere.

Aggressivo e polemico, strenuo difensore della propria arte, a Roma fa amicizia con il cardinale Chigi, con cui condivide l’interesse per la scienza, ma per il suo carattere irruento non trova sostegno da parte di altri artisti. Malgrado ciò, Rosa riesce comunque a trovare una schiera di mecenati pronti a sostenerlo, i quali simpatizzano per quell’eroico dissenso che egli sempre più rappresenta. L’attività di Rosa si contraddistingue anche nella lettereatura e nella poesia. É importante sottolineare come queste attività non diventano mai qualcos’altro in relazione all’attività pittorica. Egli prosegue lo stesso discorso sviluppando un rapporto quasi simbiotico tra le diverse arti. Per confermare questo concitato parallelismo tra pittura e poesia basta guardare alla sua produzione: nel 1640-42 scrive La Poesia e La Pittura, nello stesso periodo dipinge tali temi; nel 1647 scrive La guerra e nel frattempo dipinge le sue “romantiche” Battaglie. Nel 1653 scrive L’invidia, trascodificata nel dipinto omonimo che raffigura solamente un sasso, in modo che vi si spezzassero i denti gli invidiosi. Nel 1657 scrive Babilonia, alla quale corrisponde la satira pittorica, contro il cattivo mecenatismo del papa, La fortuna del 1659. 

Salvator Rosa, La poesia, 1640. Galleria Nazionale
di Arte Antica Roma.

Anche se il motto di Salvator Rosa è stato pinger per gloria e poetar per gioco, appare evidente che egli non utilizza delle tecniche espressive alla maniera del mestierante. Rosa è già un artista che si contraddistingue dall’artigiano nella capacità di riuscire ad utilizzare vari registri espressivi, lasciando ad altri il ricorso ad acrobazie virtuosistiche. Come per un filosofo, egli utilizza il mezzo espressivo per affermare il proprio senso della realtà.

La sua arte si fonde con il proprio vissuto, alla ricerca di una sintesi autoriale estrema, come per la sua poesia emblematica, la quale non poco influenza la letteratura del Settecento,  e che trova una felice traduzione pittorica soprattutto attraverso il ritratto e l’autoritratto. Basta citare l’Autoritratto della National Gallery di Londra (1641), in cui egli si presenta nelle sembianze di un filosofo. Nel dipinto con la mano destra sostiene un effige in cui leggiamo Avt tace/avt loquere meliora/silentio ( O taci, o dì cose migliori del silenzio). La frase di tipo emblematico, insieme alla postura eroica, mostrano inequivocabilmente la volontà di Rosa di presentare se stesso, in quel connubio inseparabile tra arte e vita, in senso filosofico e allegorico.

Anche i paesaggi, già a partire dal 1640, non sono delle semplici “vedute”, essi si contraddistinguono per la loro forza espressiva, in grado di trasportare lo spettatore oltre il dato oggettuale. Già in Marina del faro, o in Allegoria di giustizia fra i pastori, opere giovanili, precedenti alle grandi Marine del periodo fiorentino, se pur ancora ancorate ad un’impostazione classicheggiante, ci suggeriscono la tensione ideologico dell’artista. Ne Il ponte (1640), eseguito nel periodo fiorentino per Giovan Carlo de’Medici, come in Veduta di un golfo (1640), è evidente l’influenza tonale appresa nel soggiorno romano. Rosa utilizza il paesaggio per fini puramente espressivi, in esso è visibile la sua visione teatrale che si traduce in una continua ricerca di composizioni del tutto personali. Lontano dalla realtà artistica del suo tempo, egli trae ispirazione soprattutto dalla paesaggistica di Claude Lorrain, maestro indiscusso del paesaggio ideale.

Tornato a Roma nel 1649, crescono le dimensioni dei suoi dipinti e i temi si consolidano nella ricerca di tipi che raffigurano virtù morali e onestà intellettuale fuori dal comune. É il caso del Martirio di san Bartolomeo (1650 circa), o del Prometeo (1650 circa), i quali si contraddistinguono per un fervore illuministico che anticipa il periodo neoclassico e romantico. Nel passaggio a Venezia, Salvator Rosa si interessa alle opere di Giulio Romano e dei grandi maestri come Giovanni Bellini e Giorgione. Questi influenzano notevolmente l’impianto pittorico dell’artista che arrichisce la sua tavolozza di una nuova consapevolezza della luce e dei valori tonali. Crea grandi opere come Democrito in meditazione (1650), soggetto mutuato da una descrizione letteraria1, e Diogene getta via la scodella (1651)2. I due dipinti esposti al Pantheon di Roma il 19 marzo 16513, costituiscono una sorta di dittico in cui Democrito rappresenta la vanità della scienza e Diogene il massimo esempio di stoicismo. Nello sviluppo della pittura del Seicento, Salvator Rosa si oppone dunque al barocco decorativo di Lorenzo Bernini e Pietro da Cortona, allo stesso modo si oppone al classicismo della tradizione dei Carracci, contrastando nel frattempo il realismo dei bamboccianti del maestro Pieter Van Laer. 

Salvator Rosa, Streghe e incantesimi, 1646. National Gallery of London

L’arte di Rosa si impone come novità assoluta, rappresentando la facciata pre-romantica del periodo barocco, egli crea quel genere di paesaggio che non rispetta la composizione bilanciata, non usa giochi prospettici, ma si mostra essenzialmente per il suo vigore espressivo, che il Settecento giungerà a definire con i concetti di sublime e pittoresco. Apprezzata dai suoi contemporanei, la pittura del Rosa si contraddistingue per l’invenzione dei temi e le soluzioni compositive. L’uso del paesaggio, spoglio e misterioso, selvaggio e carico di significati simbolici, si allarga ai temi esoterici della magia e della stregoneria, come nell’inquietante Streghe e incantesimi della National Gallery di Londra (1646), aprendo un’altra tematica che tanto influenza l’arte tra Seicento e Settecento. É il caso di Gaetano Giulio Zumbo, nel quale è facile scorgere il debito con il pittore partenopeo. Come nel Trionfo del Tempo (1691) di Zumbo, in cui i plastici elementi di un antro roccioso riecheggiano un fondale con piramide, visibile in Policrate riceve il pesce (1662) del Rosa.

Salvator Rosa, Alessandro e Diogene, 1662.

A partire dal 1662 Salvator Rosa inizia a fare incisioni dei suoi dipinti, allo scopo di promuovere il più possibile il proprio lavoro. Egli lavora all’acqua forte tra il 1661-1662, per procacciare nuovi clienti, i quali interessati dall’incisione potevo richiedere al pittore l’esecuzione di un dipinto. Influenzato dalle incisioni di Ribera, Testa e del Grechetto, le incisioni del Rosa sono usualmente ritoccate a punta secca, esse mirano all’illustrazione dei temi essenziali da lui utilizzati in pittura. Nel segno sottile ed indagatore, lasciato sulla lastra di metallo dal bulino, egli si fa precursore del gusto, dello stile, dell’equilibrio formale, di quella ricerca che il barocco e il barocchetto codificano per la gioia di studiosi appassionati e viaggiatori. Le sue immagini legate al mito classico, al mondo cavalleresco e a quello agreste, sono state un sicuro stimolo per i viaggiatori europei, alla ricerca di quei luoghi carichi di mito, in cui le piante ruderali avvolgo i templi, le tombe e i massi incisi con figure e iscrizioni. Come anche la sua veduta pittorica, ampia ed avvolgente, che ritroviamo nel Settecento nelle incisioni di Piranesi e di Giambattista Tiepolo. Quando Salvator Rosa muore a Roma nel 1673, è già stata pubblicata la guida The voyage of Italy di Richard Lassels (1670), nella quale compare per la prima volta l’espressione Grand Tour, ovvero la guida di un sistema culturale che ha spinto gli intellettuali di tutta Europa a definire un viaggio formativo in Italia, di cui Rosa, soprattutto attraverso i disegni e le acque forti, a contribuito a render mitico.

Note

1Herscher, Epistolographi graeci, 1873. Si tratta di una lettera di Ippocrate e Damogete.

2Ibidem nota 1. tratto da una lettera di Diogene e Krates.

3Luigi Salerno, L’opera completa di Salvator Rosa, Rizzoli editore, Milano 1975, pag 92, nota 106-107.

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Stefano Puglisi
Docente universitario di Antropologia Culturale all'Accademia di Belle Arti Statale di Catania , filosofo e fondatore del movimento Il Terzo Millennio. Si è occupato in particolar modo dell'emergenze storico-artistiche del territorio dell'Italia meridionale e porta avanti una proficua attività per l'analisi dei modelli di vita elaborati dall'uomo nel corso dei secoli, dei sistemi culturali, sociali e religiosi creati per sviluppare una realtà sostenibile. Cultore di Storia Patria, è componente del comitato scientifico della rivista nazionale sui Beni Culturali "Quaderni del Mediterraneo".

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