Antonello da Messina è stato un artista d’avanguardia, ponte tra Umanesimo e Rinascimento, tra la maniera del gotico internazionale e le novità della pittura nordica proveniente dalle Fiandre. Un artista eclettico che ha saputo riplasmare i temi rappresentativi della pittura medievale in un nuovo tessuto plastico, energico, coinvolgente, vibrante di luce e di sentimenti umani. La sua pittura è un susseguirsi di innovazioni formali e tecniche, ed ogni immagine contribuisce ad affermare un metodo in continua discussione, sempre alla ricerca della novità. Antonello è un artista che si nutre dei suoi ripensamenti, di quel continuo rincorrere il dato sensibile per tramutarlo in pura visibilità.

La sua arte è a pieno titolo una testimonianza autoriale, del soggetto che riemerge dall’inflessibile struttura dell’iconografia constantinopolitana, tramutandosi in morbida carne, in una luce calda e trepidante che investe lo spazio e apre la visione verso una realtà quasi a tutto tondo. Ogni dipinto del maestro è una messa in prova della sua sensibilità, specchio dell’anima ma anche del corpo, che racconta di una fede religiosa fatta di gesti del popolo, sacra e quotidiana al tempo stesso.

Come per il gesto roteante della mano del Cristo benedicente, il Salvator mundi della National Gallery di Londra (1465 circa), nel quale appare un ripensamento sul collo del Cristo, le sue immagini si impadroniscono dello spazio per aprire un colloquio con lo spettatore, con chi guarda e si sente coinvolto da sguardi e gesti che inaspettatamente allargano l’umana comprensione.

Una pittura fatta di azione, pronta a cogliere il momento cruciale della narrazione, in quell’istante dove la sintesi compositiva si apre allo spettatore nella moltitudine di significati e significanti. Le sue immagini sono un risultato stratigrafico, dove ogni velatura raccoglie il peso di una tecnica lenta e minuziosa. Sono sovrapposizioni cromatiche, che trasmutano la materia pittorica in pura alchimia visiva, in grado di assorbire ed influenzare la realtà, il senso umano, e con esso la moltitudine di modelli rappresentativi che da Antonello in poi popoleranno la pittura italica.

Antonello da Messina è uno di quegli artisti di cui non ci si stancherà mai di argomentare, anello indispensabile di una stagione creativa in grado di influenzare a tutt’oggi i modelli iconologici dell’arte contemporanea. Le sue immagini sono ormai delle icone indiscusse, in grado di attrarre visitatori da ogni parte del mondo.

Come nel caso dell’Annunciazione di Palazzolo Acreide del 1474, olio su tavola di tiglio, trasferito su tela nel 1914 dai fratelli Francesco e Giuseppe Annoni, (cm 180×180), oggi conservata all’interno del Museo Bellomo di Siracusa, un contenitore che è anch’esso prezioso capolavoro di stratificazioni architettoniche dal periodo svevo ai giorni nostri.

L’opera, originariamente commissionata ad Antonello dal sacerdote Giuliano Maniuni1, per la chiesa di Santa Maria Annunziata di Palazzolo Acreide, presenta delle rilevanti scrostazioni che però non ne inficiano la lettura.

Antonello da Messina, l’Annunciazione, 1474, Museo Bellomo.

Il dipinto

La scena si apre all’interno di mura domestiche, in un luogo familiare, siamo nella casa di Maria concepita come palazzo signorile per volontà del suo committente. Il nostro sguardo viene raccolto intimamente dalla cornice di un loggiato, all’interno lo spazio è scandito attraverso un punto di vista prospettico accuratissimo.

La composizione del dipinto è concepita come una pala d’altare a tabula quadra, un campo totale che si propone di descrivere un microcosmo autonomo, in grado di evocare l’avvenimento evangelico in tutta la sua dinamica, catturando simbolicamente l’instante decisivo: mentre Maria con le braccia incrociate sul petto ha già accolto il seme divino e l’angelo le ha rivelato la sua missione materna.

Ogni particolare contribuisce nel contesto a caratterizzare il brano elevando i contenuti verso una dimensione simbolica.

A partire dalla rievocazione classica del loggiato, simile a quello posto sulla facciata di Santa Maria della Catena a Palermo del 1490, opera di Matteo Carnalivari, la quale testimonia la continuità tra l’arte figurativa e l’architettura, di quel connubio tra gotico e rinascimento che si manifesta nelle arti e trova in Sicilia una stagione di particolare interesse. Sono finiti i tempi delle finestrelle monofore e i ponti levatoi, il nuovo germoglia nelle case dell’emergente classe borghese, che attraverso l’arte denuncia tutta la sua influenza nella cultura del Quattrocento. L’idealizzazione del classico, la sua reinterpretazione, avvicina l’arte sacra verso l’idea di perfezione classica, nell’intento di avvicinarsi a quei modelli che hanno reso immortali gli antichi e che destano ancora ammirazione. Il loggiato diventa quindi la reinterpretazione umanistica dell’atrium di un tempio, composto da colonne monolitiche ed da una fantasiosa reinterpretazione del capitello corinzio avvicinabile all’architettura del periodo romano. Attraverso di esso il nostro occhio è invitato ad accedere all’interno della dimora mariana. Concepita nella pittura di volta in volta, come umile casolare, tabernacolo, chiesa, palazzo regale, nell’Annunciazione di Antonello da Messina diventa un elegante dimora signorile, non dissimile da ciò che si desume dai resti quattrocenteschi dello stesso Palazzo Bellomo2.

L’interno della stanza ha un arredamento di impronta gotica, come si può facilmente desumere dal leggio ad intarsio con sopra una bellissima tovaglietta bianca con una fascia a sfilato, lavoro femminile molto comune in Sicilia3. Nel dipinto antonelliano ogni elemento concorre ad ampliare e definire uno spazio pieno di simboli e analogie, dai gesti calibrati in cerca di una profondità che diventa percezione dell’aria e della luce, ai vari oggetti che non sono solo un vezzo decorativo. Come il grande vaso a calice portafiori al lato della Vergine. Lo stesso vaso lo ritroviamo nel San Gerolamo della National, come anche il motivo ornamentale, uguale ad un piatto della seconda metà del XV secolo, proveniente dagli scavi fatti nel 1928 a Siracusa, in Piazza Archimede, oggi visibile accanto all’Annunciazione al Museo Bellomo4.

Antonello da Messina, L’Annunciazione, 1474, particolare dell’angelo.

All’interno del vaso una piantina di bosso, simbolo cristiano dell’immortalità, già sacro alla dea romana Cibele, sottolinea simbolicamente l’avvenuta fecondazione della Madonna per virtù dello Spirito Santo. Lo stesso vale per il tappetto posto sotto i piedi della Vergine, un selgiughido proveniente dall’Anatolia, la terra degli infedeli simbolicamente sottomessi alla verità cristologica.

Tutto ciò concorre a rendere l’Annunciazione di Antonello da Messina un catalogo di rievocazioni, rivelazioni, simboliche che trasformano semplici elementi di arredo in trascendenza storica e metafisica. Elementi che sono percepibili in un atmosfera spaziale dove la luce, all’occhio più attento riesce a rivelare anche un pulviscolo tipico degli interni casalinghi. Ma anche un dinamismo eccentrico, come quello dell’angelo Gabriele, in primo piano, vestito con un piviale di velluto contro tagliato e broccato a filo d’oro e seta color porpora5, il quale oltre ad essere il punto focale prospettico è anche e soprattutto il centro della narrazione, l’effetto scatenante, l’intruso che viene a scombussolare la quiete routinaria annunciando l’avvenimento.

Guardando l’immagine ci sembra quasi di avvertire l’agile volo e lo spostamento d’aria dell’angelo che si adagia morbidamente al terreno inginocchiandosi, mentre la sua mano destra è già pronta a benedire come la sinistra tiene con fermezza la palmetta simbolo del martirio.

Antonello da Messina, l’Annunciazione, 1474, particolare della Madonna.

Al lato opposto, divisa dall’angelo da una delle colonne del loggiato posta in primo piano, la Madonna è colta con le mani incrociate ed un’espressione di beatitudine, mentre rimane assorta nelle sue preghiere, con lo sguardo fisso in un codice miniato, simile ad un altro accanto al dipinto al Museo Bellomo, con le pagine tese, ancora vergini, a simboleggiare il concepimento avvenuto per virtù dello Spirito Santo.

Il suo vestito è di una manifattura simile al piviale dell’angelo, un velluto rosso che qui anticipa il destino ineluttabile della Passione di Cristo. Il mantello invece, di una seta rasata color ceruleo, simboleggia il più alto grado di nobiltà, ma è anche e soprattutto la rappresentazione figurativa del significato toponomastico del nome della Vergine, in latino stilla maris cioè goccia mare. Attorno alle due figure lo spazio è definito nettamente con una luce diffusa, come se fossimo all’interno di un trovarobato, a cui fa seguito, visibile attraverso le due finestre in fondo all’impaginazione pittorica, uno splendido paesaggio alla borgognona con una fantasiosa strada curvilinea e la città fortificata in cima al colle. Tecnicamente l’Annunciazione di Antonello da Messina si configura come un dipinto realizzato nel periodo più maturo della sua produzione, quando già le diverse istanze artistiche assorbite nel corso della sua carriera sono diventate sintesi. Un dipinto dalla pittura colta dove si possono rintracciare diversi influssi formali che hanno ispirato il percorso artistico del maestro.

Antonello suddivide la rappresentazione in piani prospettici, alla maniera di Giotto, e impegna lo spettatore in un campolungo denso di simboli e di possibili letture, ma anche realista e naturalista, con un’attenzione ai particolari che rimanda alla pittura delle fiandre e alla formazione di Antonello a Napoli, sotto il regno di Alfonzo d’Aragona.

Nella Capitale operano artisti di tutto il Regno, tra i quali Jacomart che arriva a Napoli nel 1442 e influenza fortemente con la sua pittura le scuole locali, come per quella di Colantonio maestro di Antonello. Ma anche la stessa presenza in città di maestri come Berthelemy D’eyck, la cui formazione viene collocata nella diocesi di Liegi, come per i fratelli Jan e Hubert Van Eyck, influenza indiscutibilmente il gusto e la tecnica della pittura di Antonello.

D’importazione nordica è senza dubbio il nuovo modo di coinvolgere lo spettatore inserendo il sacro all’interno del quotidiano. La nuova idea di religiosità, chiamata devotio moderno, si espande in tutta Europa e implica sostanzialmente un rapporto più diretto del devoto con la divinità, definibile come “intimistico”. Ecco che allora il dipinto antonelliano diventa un prezioso documento antropologico, non solo perché vengono descritti minuziosamente oggetti, architetture e luoghi del tempo, ma soprattutto perché ci comunica ancora oggi come veniva avvertito al tempo il senso del divino e nello specifico della cristianità.

Antonello da Messina, l’Annunciazione, 1474, particolare del paesaggio.

Ma la visione antonelliana non si ferma alla comprensione dei più alti esempi della pittura nordica, nell’Annunciazione, sia pure nei limiti della salda struttura compositiva derivante dall’Annunciazione di Petrus Christus6, si fa chiaro l’incontro di Antonello con le risultanze del Rinascimento che già a partire dal 1465 con il Salvator Mundi, l’Ecce Homo del 1470 e il Polittico di San Gregorio a Messina del 1473, si focalizza nell’attenzione del maestro sul tema dello scandaglio spaziale dei volumi prospettici e sull’indagine di una luce ruoteante.

Ed è in questo nuovo spazio che nell‘Annunciazione di Antonello sviluppa nuovi moduli narrativi, preferendo la simultaneità di eventi che concorro nell’insieme a raccontare e ad evocare.

Così è chiarita la non interazione tra la Madonna e l’angelo Gabrile, una separazione sottolineata dalla colonna centrale del loggiato, che pur convivendo nello stesso spazio si trovano temporalmente collocati in diversi momenti della storia. L’angelo infatti è rappresentato all’inizio del racconto, quando ancora intercede con la mano benedicente, pronto a proferire verbo; la Madonna invece, con le mani incrociate sul petto e la colomba dello Spirito Santo sopra la testa, esprime la sua sottomissione, come se la vicenda fosse già conclusa, tanto che dalle due finestre, poste sul fondo della stanza, se ne può scorgere l’epilogo attraverso una possibile “fuga”.

 

Note.

1Rappresentato sul dipinto, inginocchiato nell’atto di preghiera e devozione, in piccole dimensioni nell’angolo in basso a destra. Del 1902 è il ritrovamento del documento di allocazione del dipinto.

2Quando nel 1365 il palazzo passa di proprietà ai Bellomo, nobile famiglia romana venuta in Sicilia sulla scorta di Federico III d’Aragona, questi portano all’edificio svariate modifiche, tra le quali la sopraelevazione del palazzo che presenta evidenti influssi dell’arte catalana del XV secolo, come la scala a cielo aperto e il loggiato visibili nel cortile principale dell’edificio.

3Una tovaglia di analogo tessuto e decorazione la ritroviamo nello studio del San Gerolamo  del 1475 (dim. 45,7×36,2 cm), conservato alla National Gallery di Londra. Da ciò si desume il fatto che molti oggetti dei dipinti di Antonello rispecchiano antropologicamente ciò che era in uso nella vita di tutti i Giorni nel Quattrocento siciliano.

4Il motivo presente nel piatto è di tipo fitoforme con miniature di foglie e fiori di brionia in blu su bianco smalto, legati a lunghi caulicoli filiformi in disposizione radicale, inframezzati da virgulti e girali a lustri che accompagnano tutta la decorazione dell’oggetto. Giuseppe Agnello, Siracusa nel Medioevo e nel Rinascimento, Sancasciano Val di Pesa, 1964, pp. 40-41, fig. 90.

5Simili, con le dovute differenze decorative, sono i piviali di San Gregorio Magno e San Benedetto nel Polittico di San Gregorio a Messina (1473). Si Tratta sicuramente di velluto spagnolo di gran moda verso la metà del Quattrocento. Dello stesso velluto è l’abito della Vergine.

6 Petrus Christus Annunciazione 1452, olio su tavola, Bruges, Goreninge Museum.

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Stefano Puglisi
Docente universitario di Antropologia Culturale all'Accademia di Belle Arti Statale di Catania , filosofo e fondatore del movimento Il Terzo Millennio. Si è occupato in particolar modo dell'emergenze storico-artistiche del territorio dell'Italia meridionale e porta avanti una proficua attività per l'analisi dei modelli di vita elaborati dall'uomo nel corso dei secoli, dei sistemi culturali, sociali e religiosi creati per sviluppare una realtà sostenibile. Cultore di Storia Patria, è componente del comitato scientifico della rivista nazionale sui Beni Culturali "Quaderni del Mediterraneo".

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