Tornato a Venezia, con la partenza di Sebastiano del Piombo e la morte di Giorgione, Tiziano ha via libera per diventare il pittore più in vista nella città.

Tiziano Vecellio, Noli me tangere, 1511

 Il Noli me tangere, sicuramente legato al Concerto campestre forse iniziato da Giorgione e finito da Tiziano, ha più di un analogia con la Pala di San Giovanni Crisostomo del Luciani. Si veda la posizione del Cristo di Tiziano simile alla figura di Liberale, sulla destra di San Giovanni Crisostomo. É questo il periodo dell’artista in cui si apre ad una produzione di carattere tipicamente giorgionesco, come per il Cristo portacroce nella chiesa di S. Rocco forse di Giorgione, o il Battesimo di Cristo, finito lo stesso anno delle Tre età dell’uomo del 1512. Dipinti dalla cripta evocazione simboli a cui si accompagna una concezione tonale del paesaggio. Tiziano si avvia ad una pittura che cerca sempre di più un equilibrio caratterizzato da una “classica armonia”, fatta di un colore vibrante di luce; come si evince nella Flora degli Uffizi del 1515, o nella Bella che si pettina del Louvre. Opere in diretto rapporto con Amor sacro e amor profano della galleria borghese, in cui il clima psicologico del paesaggio si fonde alla statuaria bellezza dei ritratti femminili.

Tiziano Vecellio, Amor sacro amor profano, 1515.

Commissionato dal Cancelliere Niccolò Aurelio, del quale stemma si legge sul sarcofago, è probabilmente un regalo per la sua sposa a cui ha ucciso per tradimento il padre. Molto è stato scritto sulle possibili interpretazioni della scena, ma rimangono supposizioni che a volte tendono ad allontanarci dalle vere qualità dell’opera. Lo stesso titolo con cui l’opera è nota è stato arbitrariamente attribuito dai curatori degli inventari dei Borghese. In qualsiasi modo si voglia leggere Amor sacro e amor profano è sicuramente un’opera fondamentale per comprendere l’artista cadorino,

Tiziano Vecellio, Flora, 1515.

in cui l’apice del trionfo del classico si fonde con un atmosfera enigmatica, piena di simboli e citazioni, come il volto delle due donne “gemelle” che assomiglia alle altre belle di Tiziano: Salomè, La donna allo specchio, Flora, la Venere Anadiomene; sono forse tutti ritratti di una bellezza idealizzata, partita dalle suggestioni della Venere dormiente di Giorgione, completata dallo stesso Tiziano, statuaria che si tramuta in carne, riempendosi dei moti dell’animo. Gli stessi che in questi anni affollano il catalogo di ritratti, in grado di fissare ciascun personaggio attraverso una potenza introspettiva, come il Cavaliere di Malta, Giovane, Giovane ufficiale.  La ritrattistica giovanile di Tiziano supera lo schema giorgionesco rivelando una naturale propensione dell’artista al verismo, alla cattura estemporanea della rappresentazione, che si palesa come il tratto di ricerca più fertile e moderno dell’artista

Tiziano Vecellio, Assunta, 1516-18.

Un verismo che si appresta a sconvolgere anche le tematiche religiose, dalle Sacre conversazioni del Prado fino ad arrivare all’Assunta dipinta per i Frari nel 1518, la pittura di Tiziano inizia a smaterializzarsi, l’uso di colori accesi e squillanti, come il rosso delle vesti o il biondo delle capigliature femminili, diventano tratti distintivi di una pittura tonale, che elimina le ombre e cattura lo spazio attraverso la luce.  La stessa che svela e racconta ormai senza l’utilizzo di simboli e allegorie, puntando sul culmine dell’azione, là dove tutto sta per avvenire e non può essere più cambiato. I Santi di Tiziano sono sguardi e gesti della gente del popolo, sono ormai liberi dall’icona, dalla ieraticità di una struttura che li ha confinati per molto tempo in un altrove. In Tiziano diventano veicolo per capire attraverso la carne il miracolo della luce, del divino.  Come nell’Assunta in cui l’empireo, il punto esterno del cielo, solo immobile secondo le antiche teorie astronomiche, inonda la Vergine in estasi che comunica il suo stato di grazia attraverso il corpo, con la sua presenza fisica che sembra leggera e sognante ma allo stesso tempo realissima. Anche i temi di ispirazione pagana, L’offerta di Venere, Baccanale, Bacco ed Arianna, per vitalità e movimento sembrano quasi far rivivere le scritture classiche, di una vita pulsante che non nasconde l’ebbrezza dei sensi. Il tema pagano sembra per Tiziano solo un pretesto per raccontare qualcosa di reale, archetipo e incipit, che vive senza tempo in quei corpi torniti ed invitanti. Nell’attività pittorica del cadorino, intorno agli anni ’20, inizia a rivestire una certa importanza anche la ritrattistica: il ritratto di Vincenzo Mosti, come quello dell’Uomo dal guanto e di Federico II Gonzaga, sono tra i primi a costituire una schiera di personalità immortalate da un crudo realismo, e l’artista sembra abbandona ogni idealizzazione per concentrare la sua ricerca verso la pura visibilità.

Tiziano Vecellio, Pala Pesaro, 1529.

Con la Pala Pesaro dei Frari, iniziata nel 1519 e terminata nel ’26, per Tiziano inizia un periodo di innovazioni formali, difatti la Pala è eseguita con una composizione a sviluppo laterale, che culmina sul trono della Vergine col Bambino. Nella restante parte lo spazio si apre nell’illusione di un paesaggio architettonico di evocazione classica suggerito da due colonne. La Pala ha delle evidenti assonanze con la Pala di San Giovanni Cristosomo di Sebastiano del Piombo, che qualche anno prima, risolve la sacra conversazione in maniera asimmetrica, con la figura del Santo al centro, al di sopra di un tunnel di astanti, e il paesaggio che si apre in alto, attorno alla sua figura. Proprio nel paesaggio, bucolico e primordiale, suggestivo ma anche naturalistico, Tiziano riscrive le vicende della maternità di Maria, come nella Madonna del coniglio del 1530, in cui i santi sono presentati come una famigliola che sta facendo un dejuner sur l’herbe. Santa Caterina d’Alessandria abbigliata da dama depone il Bambino a terra, là dove è pronto un cesto con dentro le vivande ed un coniglietto, tenuto fermo dalla madonna per intrattenere il Bambino. Sullo sfondo un pastore di derivazione giorgionesca equilibra la scena, aprendo lo sguardo verso il campo lungo ed evitando l’isolamento del primo piano. Tiziano utilizza narrativamente il paesaggio e introduce le figure all’interno di campi lunghi e lunghissimi, in modo tale da dare maggior fluidità è respiro alla scena.

Tiziano Vecellio, Presentazione di Maria al tempio, 1534-38.

É il caso della Madonna col bambino coi Santi Giovannino e Caterina del 1530, ma anche della Presentazione di Maria al tempio, eseguito per la Scuola della Carità tra il 1534-38. In Quest’ultimo la scena si apre in uno dei paesaggi architettonici più innovativi del Cinquecento e di tutta la carriera di Tiziano. Un dipinto che esalta il tema della “città ideale” fatta di classiche proporzioni, in sintonia con gli studi del Serlio e di Sansovino. Insieme alla Madonna è qui protagonista l’architettura, la scalinata che si accende di intensa luce ed illumina i numerosi personaggi che si affacciano alle finestre ed ai balconi. Il 1530 è un anno fondamentale nella vita dell’artista. Un periodo turbolento in cui viene a mancare Cecilia, la donna da cui ha avuto Pomponio e Orazio, muore mettendo alla luce la figlia Lavinia. Da tempo sua convivente si sposano soltanto nel ’25. Ma è anche l’anno in cui conosce Carlo V, di cui fa un ritratto, oggi andato perduto, in occasione della sua incoronazione a Bologna. Tra i due si stringe un rapporto tra i più fruttosi della storia dell’arte.

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Stefano Puglisi
Docente universitario di Antropologia Culturale all'Accademia di Belle Arti Statale di Catania , filosofo e fondatore del movimento Il Terzo Millennio. Si è occupato in particolar modo dell'emergenze storico-artistiche del territorio dell'Italia meridionale e porta avanti una proficua attività per l'analisi dei modelli di vita elaborati dall'uomo nel corso dei secoli, dei sistemi culturali, sociali e religiosi creati per sviluppare una realtà sostenibile. Cultore di Storia Patria, è componente del comitato scientifico della rivista nazionale sui Beni Culturali "Quaderni del Mediterraneo".

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