La Venezia di Tiziano.


La vita di Tiziano si dispiega in un momento fondamentale della storia occidentale
, cavalcando un secolo ricco di avvenimenti che coinvolgono l’Europa intera, insieme alla grande scoperta geografica dell’America. Il Rinascimento ormai si è imposto nella cultura artistica e letteraria, mentre in politica si vede l’affermarsi di grandi stati nazionali come la Spagna, la Francia e l’Inghilterra.

Il XV secolo si chiude con la scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo e si apre il mondo moderno. Inizia il tempo dei grandi viaggi, sfruttati dalle grandi potenze per reclutare manodopera e risorse.
In questo nuovo contesto la Spagna fa da padrona, estendendo le sue colonie in America e importando metalli preziosi e alimenti. Nasce l’Impero e tutti i poteri vengono accentrati sulle mani di Carlo V, il quale porta avanti una politica in difesa della fede cristiana, contro gli ottomani islamici e gli eretici protestanti.

Dopo l’abdicazione di quest’ultimo al figlio Filippo II, la Spagna prosegue la seconda metà del Cinquecento senza fortuna, dichiarando bancarotta per debiti nel 1575, a cui segue una perdita di terreno con la nascita della Repubblica delle Provincie Unite.
In Italia si sviluppano gli “stati regionali”, tra i quali la Repubblica di Venezia è senza dubbi il più ricco e potente, comprendendo un territorio quanto il Friuli, il Veneto e parti della Lombardia.

Con la scoperta del Nuovo Mondo si consolida la supremazia veneziana nei commerci marittimi, aprendo nuove rotte per i traffici di mare. La Serenissima, sebbene in maggioranza di religione cattolica, rimane uno stato laico, caratterizzato da una estrema tolleranza verso altri credi religiosi.
Nella prima parte del Cinquecento, dopo la guerra della Lega dei Cambrai (1508-1516), Venezia perde ogni tentativo di espandersi sul territorio italiano. Ma grazie ad una forte azione diplomatica, conclude la guerra mantenendo quasi gli originari confini, perdendo i territori occupati in Romagna e i porti della Puglia. I veneziani godono di un relativo periodo di pace, effetto della riappacificazione propugnata da Leone X. Nel 1571, dopo aver perduto Cipro nell’assedio di Farmagosta, Venezia prende parte alla flotta cristiana, comandata da Don Giovanni d’Austria, che sconfigge il pericolo turco in occidente.

La pittura veneziana tra Quattrocento e Cinquecento

Si potrebbe far partire questa storia in tanti modi. Incontri, influenze, viaggi, la storia della pittura veneta, dove la cristianità incontra le forme di una cultura laica aperta verso l’Oriente.
Il carattere prettamente commerciale di Venezia promuove un fermento culturale diverso: molti sono gli intellettuali e gli artisti che passano dalla Serenissima, ma altrettanti sono sicuramente gli artisti veneziani, tra i primi a rinnovare la loro pittura, tra influenze nordiche e toscane, pur mantenendo nei diversi approcci un virtuosismo cromatico che fa i conti con la materia alchemica, tipico carattere delle fastose decorazione di gusto “constantinopolitano”.

Venezia, città della rinascita classica, dove l’operato di Aldo Manuzio a partire dal 1498 sviluppa un ambizioso impegno editoriale. Dalla stampa dei classici greci, ai testi in volgare, da Pietro Bembo a opere della cultura ebraica, Manuzio diffonde attraverso la stampa e crea dal nulla un mercato che possa accontentare i gusti della rinascita cosmopolita veneziana.
Venezia città coltissima dalle ricchissime collezioni, come quella del cardinale Domenico Grimani, la quale accoglie il cartone di Raffaello della Conversione di Saulo, e possiede vari disegni di Michelangelo e Leonardo.
Venezia porta fra occidente e oriente, capace di raccontare oltre gli stereotipi il mondo islamico dell’età moderna, attraverso testimonianze di continui scambi culturali.
Ed è per questi aspetti che l’arte veneta è sempre stata aperta ad accogliere le novità, diventando tra Quattrocento e Cinquecento essa stessa promotrice di nuove tendenze.

Oltrepassando il tempo dei “bizantinismi”, risulta fondamentale all’incontro con la pittura fiorentina il contributo del pittore veneziano Jacopo, padre di Gentile e Giovanni Bellini (1396-1470), il quale nel 1423 viaggia a Firenze accanto a Gentile da Fabriano (1370-1427), pittore toscano tardogotico, con il quale inizia i primi studi di prospettiva e si avvicina alla rinascita del classico.

Jacopo Bellini, album del Louvre, Dormitio Virginis, 1430.

Di Jacopo sono di particolare interesse due importanti album da disegno, il primo oggi al Louvre, databile intorno al 1430, e il secondo al British Museum databile al 1450. I disegni testimoniano il repertorio di modelli in cui una nuova impostazione spaziale si esprime soprattutto attraverso il paesaggio, come nel caso della Deposizione dalla Croce (Louvre), in cui l’attenzione ai particolari, tipica della pittura nordica, si fonde con una rinnovata coscienza dello spazio.
Sotto l’egida di Jacopo, attraverso uno studio attendo del paesaggio, il primo dei figli Gentile Bellini (1429-1507) diventa un importante vedutista, iniziando un genere che si sviluppa con grande successo fino al Settecento, fino perlomeno alle novità prospettiche della pittura di Canaletto.
I dipinti di Gentile si avvalgono di una importante resa atmosferica, in cui i personaggi sono fusi nello spazio attraverso la scelta di precise condizioni di luce e contrasti cromatici.

Gentile Bellini, Ritratto del sultano Mehmet II, 1480.

Nel 1479 Gentile è mandato dalla bottega del padre a Costantinopoli dal Doge. In questa occasione dipinge il sultano Maometto II, con una pittura a sfondo scuro, attenta ai particolare, con caratteristiche decisamente nordiche, ma che si apre nella decorazione dell’abito del sultano e della lunetta che lo incornicia, ad un gusto orientalizzante.
Anche Giovanni Bellini (1433-1516) si forma alla pittura nella bottega del padre, ma ciò che lo differenzia da questo è l’incontro umano e artistico con Andrea Mantegna (1431-1506), a cui Jacopo Bellini dà in sposa sua figlia Nicolosia. A questo va aggiunta sicuramente la frequenza del pittore dell’ambiente padovano, dove incontra l’arte di Donatello, il quale con la realizzazione nel 1453 dell’Altare di Sant’Antonio, nella basilica di Sant’Antonio da Padova, lascia un esempio che ha fatto scuola di forme razionalmente concepite attraverso il disegno.

Giovanni Bellini, Pietá, 1465. Pinacoteca di Brera, Milano.

Questi influssi sono evidenti in Giovanni ne La pietà di Brera (1460), in cui i corpi sono concepiti attraverso l’adesione alle forme plastiche del Mantegna, ma anche nella più tarda Trasfigurazione di Cristo (1478-79), dove l’uso di un cromatismo tonale determina la fusione tra figure e paesaggio, e rivela il vero carattere di Bellini, il quale ha tanto inciso nelle generazioni future. Basta citare la scelta di far coincidere il sole con la testa del Cristo, per comprendere la portata rivoluzionaria della sua pittura. Bellini rivitalizza l’icona bizantina, pur mantenendo un forte citazionismo, la apre allo spazio vedutistico e alla cura dei particolari tipica della pittura delle Fiandre, aggiungendo un uso del colore dal valore lunistico e drammatico.
Un altro incontro molto importante per Giambellino è quello con Antonello da Messina. Il pittore messinese opera a Venezia verso la metà degli anni ’70, lasciando un’opera fondamentale per le vicende della futura pittura veneziana.

Antonello da Messina, Pala di San Cassiano, 1475-76.

Si tratta della Pala di San Cassiano (1475-76), che insieme al San Sebastiano e a numerosi ritratti contribuiscono a definire il carattere naturalistico della pittura nella Laguna. L’Allegoria Sacra (1490-1500) degli Uffizi, di Giambellino, è senz’altro uno dei dipinti in cui le suggestioni dell’incontro con Antonello sono evidenti. Una composizione giocata su una superficie di luce basata su sottili armonie tonale, la quale già presagisce le opere del periodo estremo. Le influenze dei nuovi astri nascenti della pittura veneta quali Giorgione e Tiziano, condurranno l’artista veneziano ad un caldo tonalismo, del quale egli stesso è stato iniziatore. Un altro artista di transito tra Quattrocento e Cinquecento nella pittura veneta è Vittore Carpaccio (1465-1425), protagonista di alcuni teleri che testimoniano la vita e i costumi nella serenissima in questi anni. Come i dipinti della Scuola di Sant’Orsola, realizzati tra il 1490-95, i quali sottolineano lo straordinario proseguo della paesaggistica veneta.

Mentre ancora le vedute di Carpaccio possono essere intese come evoluzione del vedutismo di Gentile Bellini, la nuova generazione si impone attraverso una interpretazione tonale del colore, che mette in secondo piano la struttura tracciata in favore di una luce che rivela la forma. Una nuova armonia tra figura e ambiente che prende il via con le “ambientazioni psicologiche” di Giorgio da Castelfranco (1478-1510). Conosciamo poco della breve vita dell’artista, il documento più accreditato sulla sua attività è una nota di Marcantonio Michiel databile al 1525-43, e pubblicata per la prima volta nell’Ottocento. In questa sono state individuate una trentina di opere con ancora parecchi problemi attributivi. Come dice il Vasari lo stile di Giorgione è sicuramente da mettere in relazione al passaggio di Leonardo, ma anche di Durer, a Venezia.

Giorgione-Tempesta-1505.-Galleria-dellAccademia-Venezia

Una nuova pittura cromatica, caratterizzata da morbidissimi trapassi tonali, evidente nell’esoterica Tempesta, come anche nella Venere di Desdra, dipinti totemici per le generazioni future. Il rapporto tra figure e ambiente, l’ambientazione cripto-psicologica, sono elementi fondamentali di un “giorgionismo” che da Sebastiano del Piombo a Tiziano trova la sua piena realizzazione. Una pittura che con Paolo Veronese (1528-1588) conferma l’attenzione dell’arte veneta per i valori cromatici, i quali si esprimono nella purezza dell’accostamento dei complementari. Un colorismo che collabora a creare magnifiche scenografie dove già si annuncia la stagione barocca.

Paolo-Veronese-trionfo-di-Venezia-1582.

A partire dalle quattro Scene allegoriche della Sala del Consiglio dei Dieci (1582), la pittura di Veronese si distacca dai tonalismi di Giorgione e Tiziano, per affermarsi, nella Serenissima tra il 1560-70, come regista di veri e proprie “messe in scena”. Nella serie delle “cene” l’artista esprime un naturalismo che va alla riscoperta dei gesti quotidiani, di una morbidezza delle figure e di una eleganza quasi decorativa.
Un altro grande protagonista della scena artistica veneta del Cinquecento, che si contraddistingue per il carattere scenografico, è Jacopo Robusti detto Tintoretto (1519-1594). Un artista che non ha sicuramente goduto della stessa valutazioni di Tiziano o Veronese, sia dai suoi contemporanei che dalla critica postuma. Già il Vasari ne criticava il fare frettoloso, guidato dall’estro del momento. Carlo Ridolfi nel 1647 pubblica una biografia del pittore, che, a prescindere da molte notizie false o inattendibili, rimane a tutt’oggi il punto di partenza critico per l’attività di Tinotoretto.

Jacopo Tintoretto-Il-miracolo-dello-schiavo-1548.

Già nel Miracolo dello schiavo (1548), l’artista si esprime attraverso una  composizione scenograficamente complessa, dove la prospettiva non è eseguita nella sua costruzione logica, ma più che altro essa ha una evocativa dello spazio circostante. Lo spazio di Tintoretto è un mondo sinuoso che fa della forza bruta della carne spettacolo. Come nel caso di Venere e Marte sorpresi da Vulcano (1550-53), in cui i corpi michelangioleschi sono immersi in un tonalismo luminescente. I riflessi delle vesti rimandano direttamente a Tiziano e al Veronese. Come anche nel Ritrovamento del corpo di san Marco (1562), in cui sono chiare le citazione di maniera, come nel caso delle vivaci torsioni in primo piano.

Ma il dinamismo del dipinto è tutta in quella luce che sembra misurare lo spazio.

Nell’opera di Tintoretto vengono messe a dura prova la pittura veneta dai Bellini a Veronese, con in più un gioco plastico e razionale di matrice toscana. Una tecnica in continua ricerca e discussione che ha fatto del disegno luce e della forma un attento studio compositivo che cerca nuove soluzione, pur rimanendo in contatto con l’ambiente manieristico. Un esempio di ciò è senz’altro l’Ultima Cena (1594), dove i forti contrasti chiaroscurali, in concomitanza ad una presenza luminosa di scorcio, anticipano gli effetti luministici di molta pittura dell’età barocca. Giorgiorne, Tiziano, Veronese e Tintoretto costituiscono un unico filone che inizia in uno e continua nell’altro, una direttrice stilistica alla ricerca di una naturalezza più che mai sognata, lirica e pagana, orchestrata ma anche istintiva. Ma la pittura veneta nel Cinquecento è una vasta realtà che non si esaurisce ai grandi astri citati, altri artisti hanno saputo interpretare in maniera personale i gusti e le tendenze del momento. Di fondamentale importanza per comprendere la vastità del fenomeno è la figura di Lorenzo Lotto (1480-1556), artista solo recentemente rivalutato, rimasto ai margini della cultura ufficiale perché oscurato dalla figura di Tiziano.
Nato a Venezia, il Vasari ci dice che si forma nella bottega di Giovanni Bellini, altri ritengono che sia stato allievo di Alvise Vivarini. I soggiorni a Treviso, nelle Marche, a Recanati, a Roma, costituiscono le premesse di un indirizzo stilistico dell’artista vario e complesso. Lotto è una figura di artista nomade, i suoi viaggi gli permettono di assorbire le diverse istanze artistiche dei maggiori centri culturali della penisola, i quali si riflettono nel suo stile pur mantenendo un gusto decorativo veneto e una propria potenza creativa. Di certo davanti a capolavori come la Pala di San Bernardino (1521), uno tra i tanti del periodo bergamasco, siamo già partecipi dell’estro creativo del maestro, una sacra conversazione piena di voluttà, con un apparato compositivo che quasi sembra prendere il volo. La pittura di Lotto è alla ricerca dell’istantanea, dell’azione colta nel suo momento più vivace.

Lorenzo-Lotto-Annunciazione-di-Recanati-1534.-

Come nell’Annunciazione di Recanati (1534), risolta con una composizione di grande novità, l’artista congela l’istante decisivo, e lo stupore è tutto nel viso della madonna, dall’ingenuità del suo sguardo sottolineato dalla naturalezza del gesto atterrito, provocato dall’avvenimento cristologico.
Ma la vita del pittore continua nell’isolamento, torna a Venezia nel 1539 per fare spola con Treviso, in forti difficoltà economiche, senza però riscuotere successo. In questi anni esegue dei ritratti, come quello dell’Anziano gentiluomo (1543) con i guanti o il Gentiluomo trentasettennè (1543), quest’ultimo interpretato come autoritratto, non si conforma allo stile tardo dell’artista.

Aldilà di questioni rappresentative, nella ritrattistica Lotto sembra aprire le sue inquietudini esistenziali, i toni caldi immergono i suoi ritratti in un’atmosfera psicologica attenta al naturalismo della rappresentazione. Il Lotto continua la sua attività ad Ancona, si risolleva economicamente ottenendo varie commissioni. Qui dipinge l’Assunta (1551) per la Chiesa di San Francesco alle Scale, e tre tavole in stile bizantino nella Chiesa di Sant’Anna, in cui si evidenzia il ricorso sempre maggiore della bottega.

Nel 1554 si trasferisce definitivamente alla Basilica di Santa Croce Casa Loreto, donando tutto all’istituzione. Qui dipinge le ultime tele, tra le quali la Presentazione al Tempio è considerata oggi il suo testamento spirituale.

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Stefano Puglisi
Docente universitario di Antropologia Culturale all'Accademia di Belle Arti Statale di Catania , filosofo e fondatore del movimento Il Terzo Millennio. Si è occupato in particolar modo dell'emergenze storico-artistiche del territorio dell'Italia meridionale e porta avanti una proficua attività per l'analisi dei modelli di vita elaborati dall'uomo nel corso dei secoli, dei sistemi culturali, sociali e religiosi creati per sviluppare una realtà sostenibile. Cultore di Storia Patria, è componente del comitato scientifico della rivista nazionale sui Beni Culturali "Quaderni del Mediterraneo".

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