«Ma fra tutti risplende come sole tra piccole stelle Tiziano, non solo fra gli italiani, ma fra tutti i pittori del mondo, tanto nelle figure quanto nei paesi, aguagliandosi ad Apelle, il quale fu il primo inventore dei tuoni, delle piogge, dei venti, del sole, dei folgori e delle tempeste»( G. P. Lomazzo, Idea del Tempio della pittura, 1590).

L’opera di Tiziano Vecellio è presente e continua attraverso i sui dipinti ad influenzare le nostre coscienze. L’artista cadorino, di cui data di nascita, seppur ampiamente discussa, rimane avvolta nell’ipotesi, nella sua lunga vita ha disseminato in tutta Europa il proprio stile che ancora oggi è possibile ammirare in molti musei e collezioni private.

Certo, la visione del contemporaneo non ha più nulla a che vedere con quell’idea auratica che si ha della pittura nel Cinquecento. Nel nostro tempo, per lo più, siamo abituati a conoscere le grandi opere d’arte all’interno dei musei, in cui inevitabilmente si fruisce l’opera allo stesso modo in cui si guarda un vestito nelle vetrine di un negozio del corso. Ma Tiziano ha avuto senza dubbio la fortuna di essere un artista ricercato dagli artisti e dai letterati, non soltanto per l’indiscusso talento naturale ma anche perché attraverso i suoi dipinti ha saputo raccontare i motivi della storia.

Sono suoi i ritratti che congelano a turno i moti dell’animo dei potenti d’Europa, da Carlo V “sul cui regno non tramontava il sole” a Francesco Maria della Rovere Duca di Urbino, l’indagine visuale tizianesca supera i canoni della ritrattistica del suo tempo inserendo in essa una forte componente introspettiva.

Tiziano Vecellio, Ritratto di papa Paolo III col camauro, 1543.

É il caso dei ritratti fatti da Tiziano a papa Paolo III, il Pontefice della Controriforma, oggi il primo di questi in esposizione al Museo Civico della Torre Capitania di Troina civitas vetustissima, opera fondamentale di Tiziano che nella mostra ha avuto quell’attenzione difficilmente ottenibile nei grandi musei. Ed ecco perché Tiziano rimane a tutt’oggi un autore essenziale, come i potenti da lui ritratti si svelano oltre il “personaggio”, allo stesso modo egli prende le distanze da un’elegiaca trasposizione dei temi sacri. I suoi “Santi” rivelano la loro natura umana, sono transcodificati in pura presenza carnale e di spirito, di luce e colore, come anche i paesaggi che incorniciano gli attori non sono semplicemente decorativi, o idealizzati, essi rappresentano dei momenti storici esemplari e fanno pienamente parte del racconto sul personaggio.

Le molteplici sfaccettature del suo operato si prestano alla ricerca storiografica e come nel caso del dipinto troinesi, attraverso nuove indagini, è pronto a spezzare le incrostazioni dei luoghi comuni. Per questo motivo la pittura di Tiziano non è mai finita, finché ci saranno uomini in grado di mettersi in gioco e di guardare oltre il dato confezionato l’artista avrà qualcosa da dirci, da sussurraci. Attraverso le sottili increspature del tempo, i suoi quadri rivelano un caleidoscopico mondo di invenzioni, molte delle quali probabilmente incomprensibili al contemporaneo, ma che valgono pienamente lo sforzo indagatore, riflessivo, di tutti coloro che proseguono nel tentativo di comprendere lo straordinario mondo del Cinquecento, e più in generale i segreti della creatività umana in relazione al senso dell’essere.

Per questi motivi, a partire dal suo valore di rivitalizzazione semantica, sono importanti eventi come la mostra troinese, che diventa ben altro di un libro letto frettolosamente o di una passeggiata turistica nei grandi poli museali. Parlare di Tiziano a Troina significa innanzitutto porci delle nuove domande, di come l’arte ha la forza di attirare gente culturalmente diversa e di come Tiziano, primo grande artista internazionale, possa ridare lustro alle vestigia della vetusta Troina. Ma è anche un momento che si apre all’indagine del corpus dell’opera tizianesca, nel tentativo di sviluppare nuovi temi e di collegare semanticamente le proposte iconografiche del pittore.

Antonello da Messina, San Sebastiano, 1476.

La pittura di Tiziano Vecellio è certamente un punto di arrivo dell’arte veneta, di un percorso che perlomeno bisogna far partire dal rinnovamento che porta in città il San Sebastiano di Antonello da Messina, dove la maniera meridionale incontra i colori della pittura veneta. Un’arte resa grande da Gentile e Giovanni Bellini, dai quali l’artista passa a bottega, che con Giorgione, Sebastiano del Piombo e lo stesso Tiziano apre la pittura veneta agli influssi provenienti dall’arte toscana e da quella del nord Europa. Ma la sua pittura è anche un punto di partenza, quello di un’arte strettamente moderna, cosmopolita, che influenza tutta la pittura in avvenire: da Ribera a Velasquez, da Rembrandt a Goya, da Delacroix a Manet, tutti hanno un debito con l’artista cadorino. Indiscutibilmente il notevole corpus di opere, dai cataloghi espansionisti che gli attribuiscono circa 500 opere, a quelli contrattasti che arrivano a 200, influenza notevolmente il gusto di tutte le corti europee come nessun altro artista prima di lui.

Tiziano si afferma nella sua esemplarità di sintesi tra realismo e introspezione, tra retoriche composizioni e iconoclastia, tra luce e colore in grado di raccontare richiamando continuamente l’uso dei cinque sensi.

Tiziano Vecellio, Martirio di San Lorenzo, 1528-30.

Nelle immagini di Tiziano si può sentire il crepitio del fuoco, il vento soffiare, come nel Martirio di San Lorenzo (1547-1558), opera matura, egli è capace di raccontare attraverso la luce, nella verosimiglianza della moltitudine di ritratti della galleria di volti dei potenti d’Europa, è in grado di intrattenere un dialogo con la cosa ritratta che si traduce in testimonianza dello sguardo. Quello di un artista impegnato, consapevole del suo ruolo, che esprime il suo talento senza lasciarsi attrarre dalle scorciatoie di maniera. Ed è qui la modernità di Tiziano, quella di essere un artista d’avanguardia, di un’arte che supera lo schema tra “sacro e profano” e va oltre il luogo comune alla ricerca della realtà. L’artista ha avuto una lunga vita dedicata interamente alla pratica artistica, la quale ha prodotto nel tempo una moltitudine di giudizi, più o meno accreditabili storicamente, diventando un punto di riferimento per comprendere la pittura veneta del Cinquecento.

Per questo si può affermare che Tiziano è un personaggio che ha vissuto in pieno le tre età dell’enigma posto dalla Sfinge ad Edipo. Molti sono infatti i temi che l’artista affronta più volte in diverse fasi della sua vita, i quali testimoniano di come il binomio arte-vita è indissolubile.

L’arte è sempre influenzata dalle proprie aspettative, dall’esuberanza della gioventù dedicata ai piaceri, passando all’età adulta quando si cerca l’affermazione politica, fino ad arrivare alla vecchiaia quando dove assopita l’azione ci si addentra in una fase contemplativa. Già Aristotele nell’Etica Nicomachea parla di suddividere la vita dell’uomo in tre parti, un pensiero che riscuote un certo successo anche nella pittura a partire dal XV secolo. Lo stesso Tiziano affronta il tema in gioventù nelle Tre età dell’uomo databile al 1512, oggi alla National of gallery of Scotland di Edimburgo, e a distanza di molti anni nell’Allegoria della prudenza della National Gallery di Londra, databile 1565-70. I due dipinti messi in relazione ci danno la possibilità di ascrivere una parabola tra i modi giovanili e il periodo della vecchiaia dell’artista, la quale mette in evidenza come sono cambiate le soluzioni formali e narrative nell’arco della sua vita. 

Tiziano Vecellio, Tre età dell’uomo, 1512.

Nel primo dipinto è chiara l’adesione di Tiziano ai temi e ai modi di Giorgione, il tema della musica, tanto caro all’artista di Castelfranco, qui diventa l’innesco narrativo per una riflessione in relazione agli amori giovanili. Tiziano distende “le tre età dell’uomo” in un unico quadro compositivo: sulla destra sono raffigurati due bambini che dormono vegliati da Amore, a simboleggiare la quiete dei giorni dell’infanzia. Spensieratezza che si interrompe nell’età giovanile, quando si scopre l’amore carnale, rappresentato nel dipinto da una ragazza con in mano due flauti, tipici attributi di una musica incolta, campestre, che ricorda la musica incantatrice di Marsia.

La giovane guarda rapita un ragazzo quasi nudo, una figura che sembra materializzarsi dal bosco antistante, più che reale idealizzata, avvicinabile ad Orfeo, il quale nasce probabilmente come mito della fertilità ma che le fonti ne rendono manifesta la potenza suasoria.

Ed è questo il tema centrale della composizione: l’inganno, l’illusorietà dell’amore carnale a cui Tiziano, poco più che ventenne non si sentiva di certo immune. Un’illusione rappresentata nel dipinto dalla caducità dell’anziano visto in lontananza, il quale tiene in mano due teschi, forse dei due innamorati, e medita sulla futilità dell’amore sensuale.

Come di consueto nella pittura veneta, anche il paesaggio ha una funzione narrativa: il primo piano in cui sono rappresentati i bambini e i giovani si caratterizza come punto estremo, la dove la città si perde nell’orizzonte. Un mondo bucolico dove l’uomo è dominato dalla natura.

Quello che ci mostra Tiziano è un paesaggio nel quale non a caso viene rappresentata a metà strada, tra la città e il bosco, la figura di un vecchio “filosofo”, perché è solo attraverso la conoscenza l’uomo può misurare con prudenza i suoi istinti e trovare la strada della civiltà

Tiziano Vecellio, Allegoria della prudenza, 1565-70.

Quella conoscenza che viene raffigurata in forma filosofica nell’Allegoria del tempo e della prudenza, a distanza di oltre cinquant’anni dalle Tre età. Il dipinto è uno dei più significativi dell’ultima maniera di Tiziano, nella quale si dedica alla ricerca di effetti luministici e accenni di “non finito” creano suggestioni cromatiche. Una maniera non esattamente definita dal punto di vista cronologico, ma che si fa coincidere con la produzione del maestro a partire dal 1560 circa. Famoso è il saggio di Erwin Panofsky del 1955, il quale riconosce nei tre ritratti umani Tiziano e la sua discendenza. A partire da sinistra di profilo l’artista ormai anziano, con il riconoscibile naso aquilino, è rappresentato in penombra; al centro il figlio Orazio ritratto come un uomo maturo, con il viso metà in ombra e l’altra in luce; sulla destra il profilo del nipote Marco, in piena luce a simboleggiare le sue aspettative verso il futuro. Sempre Panofsky nel suo saggio collega le tre allegorie sottostanti i volti ai tempi dell’uomo: il lupo al passato, il leone al presente, il cane al futuro. Il significato delle allegorie viene ulteriormente arricchito da un un saggio di Augusto Gentili1, il quale segnala con sicurezza la fonte da dove è tratta l’allegoria tizianesca. Si tratta del libro “L’opere”(Venezia, 1584) del teatro di Giulio Camillo (1480-1544), che nel suo testo riferisce della presenza di tre teste nel ”antro di Saturno” a cui corrispondono i “tre tempi saturnini”, quelli dell’intelletto, della concentrazione e della creatività. Ed è questa una feconda interpretazione dell’Allegoria di Tiziano che diventa dunque testamento, quello di un artista ormai anziano che cerca di comprendere i misteri della vita e trova una risposta nella speranza verso le generazioni future.

Una testimonianza che col passare degli anni cresce di passione e personalità, tanto da diventare nella sua lunga vecchiaia esso stesso protagonista della propria pittura.

Tiziano Vecellio, Deposizione nel sepolcro, 1559.

Come nella Deposizione nel sepolcro del 15592, Tiziano si concentra esclusivamente sui personaggi ed elimina quasi del tutto il paesaggio, racchiudendo a guscio la composizione sul Cristo morto, tenuto di peso dalle braccia di Giuseppe d’Arimatea, nel quale l’artista dipinge le sue fattezze. O nell’Autoritratto del 1562, dove compare un Tiziano ancora di aspetto vigoroso, il quale indossa la catena della dignità di cavaliere dello Sperone d’oro conferitagli da Carlo V nel 1533.

Ed è così che egli si rappresenta come uomo di fede, ma anche uomo politico, che per i suoi meriti gode di una posizione di prestigio nella società.

Tiziano Vecellio, Punizione di Marsia, 1570-76.

Un Tiziano che incarnato nelle fattezze della figura di Mida ne La punizione di Marsia (1570-76), riflette sulla giustizia divina, la quale le aveva portato via crudelmente la moglie e la figlia, morte entrambe di parto. Una giustizia alla quale nessuno può sottrarsi. Ed è così che egli raffigura se stesso ne La pietà, in ginocchio dinnanzi al Cristo nell’atto di chiedere l’intercessione divina. In una preghiera nella pinax sotto la Pietà, dipinta sulla destra della tela, Tiziano e il figlio Orazio supplicano la Vergine di essere risparmiati dalla peste, orazione che non ebbe buon fine. La peste uccide Tiziano il 27 agosto 1576, un mese prima ha già ucciso suo figlio Orazio.

 

1Augusto Gentili, IV numero dell’annuario tizianesco a Pieve di Cadore, Studi Tizianeschi, Fondazione Tiziano a Pieve di Cadore (BL) Silvana Editore, 2006.

2La tematica della Deposizione viene affronta da Tiziano già negli anni venti, oggi al Louvre, la tela presa in esame viene commissionata da Filippo II in sostituzione di una smarrita di uguale soggetto. Tiziano riproduce lo stesso soggetto , per l’ultima volta nel 1565, oggi conservato al Prado.

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Stefano Puglisi
Docente universitario di Antropologia Culturale all'Accademia di Belle Arti Statale di Catania , filosofo e fondatore del movimento Il Terzo Millennio. Si è occupato in particolar modo dell'emergenze storico-artistiche del territorio dell'Italia meridionale e porta avanti una proficua attività per l'analisi dei modelli di vita elaborati dall'uomo nel corso dei secoli, dei sistemi culturali, sociali e religiosi creati per sviluppare una realtà sostenibile. Cultore di Storia Patria, è componente del comitato scientifico della rivista nazionale sui Beni Culturali "Quaderni del Mediterraneo".

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