La vita dell’artista è ormai irrimediabilmente cambiata, ma la sua arte sotto l’egida di Carlo V inizia a rivestire un ruolo istituzionale e si appresta ad un salto internazionale. Nel settembre del ’31 abbandona la bottega di San Samuele e si trasferisce ai Biri dove abiterà fino alla morte. Nel ’33 ritrae nuovamente l’Imperatore che gli concede il titolo di conte palatino, permettendo al pittore di istituire notai e legittimare figli naturali.

Tiziano Vecellio, Ippolito de Medici, 1532-34

Di questo periodo è il ritratto al cardinale Ippolito de’ Medici, che come i successivi ritratti dei Duchi di Urbino, Eleonora Gonzaga e Francesco Maria della Rovere, suggellano una pittura fresca e dinamica, naturale; in contrapposizione agli anni ’40 in cui anche Tiziano apre la sua pittura al manierismo1. Naturalezza e concreta realtà a cui risponde la Venere di Urbino del 1538, dipinto commissionato dal rampollo del ducato di Urbino Guidobaldo II della Rovere. La Venere fissa in modo deciso l’osservatore e si presenta in tutta la sua nudità, pudica e sensuale allo stesso tempo. A differenza della Venere dormiente di Giorgione, Tiziano ambienta il dipinto dentro le mure domestiche e ritrae la Venere come una giovane sposa con ai piedi del letto un cagnolino, simbolo di fedeltà coniugale. Basterebbe solo questo dipinto dalla straordinaria struttura compositiva, citato e copiato sino ai giorni nostri, per costruire la carriera di un artista. Basterebbe solo il volto della Venere, simile a quello del ritratto di La bella, della Fanciulla in Pelliccia, o della Fanciulla con cappello piumato, per coronare Tiziano maestro indiscusso del tardo Rinascimento italiano. 

Tiziano Vecellio, Venere di Urbino, 1538.

Ma nella storia del cadorino tutto ciò è parte di un discorso ben più ampio, dell’ascesa e il declinio delle tre età dell’uomo in cui l’artista si è sempre contraddistinto rendendosi protagonista. Inizia adesso la grande ritrattistica dell’età matura. A partire dal fondamentale incontro con Alessandro Farnese, quando ritrae nel 1543 papa Paolo III a Busseto, venuto in Emilia per incontrare Carlo V2Per poi visitare Roma alla fine del ’45 ricevuto con grandi onori in Vaticano. Il Ritratto di Paolo III col camauro (1543), il primo di questi della collezione Miani, oggi di proprietà del Comune di Troina, è un dipinto a grandezza naturale in cui luogo e tempo della composizione coincidono, tant’è che l’ambiente in cui è ritratto il pontefice, con quella finestra che apre lo sguardo sulla campagna emiliana, si configura come un fermo immagine, nel momento in cui il papa da la sua massima attenzione all’artista e guarda in campo.

Tiziano Vecellio, Ritratto Paolo III col camauro, 1543.

Quella di Tiziano nei ritratti è una pittura psicologica che si alimenta delle impressioni istantanee e diventa testimonianza del suo sguardo. Un immediatezza pittorica fatta di pennellate rapide e incalzanti che non hanno più tempo per i ripensamenti e scivolano veloci insieme alle turbe ed alle sensazioni che lo attraversano. E ancora nei ritratti di Mendoza, di Ranuccio Farnese, dell‘Aretino, ma anche il Ritratto di Paolo III con i nipoti Orazio e Alessandro (1546), quest’ultimo forse non finito ma di particolare rilevanza introspettiva, come nel più tardo Ritratto di fanciulla (1555), in cui nella mostra troinese si è individuato lo sguardo di Lavinia, la figlia del maestro prematuramente scomparsa all’età di 25 anni. Tiziano ormai racconta la sua storia, che si rivela attraverso una freschezza pittorica, e si traduce nell’immediatezza fisica e spirituale dei personaggi ritratti. La ritrattistica di Tiziano si allarga anche alla composizione, come nel dipinto della Famiglia Vendramin (1547), in cui i canoni della sacra conversazione sono totalmente superati in favore di una fluidità compositiva. Come per i precedenti, anche qui, i personaggi sono congelati in atteggiamenti identificativi, ma pur sempre immersi in un magico realismo.

Tiziano Vecellio, Ritratto votivo della famiglia Vendramin, 1547.

Il tema sacro è presentato come una festa di famiglia, tutti riuniti sotto il Reliquario della Croce vibranti di umanità. Nei ritratti dedicati a Carlo V dopo la battaglia di Mühlberg, come nel famoso Carlo V a cavallo (1548), il maestro inizia ad utilizzare il colore in maniera sempre più densa e sgranata, con delle sfumature che danno un senso di profondità infinito. É la luce la protagonista indiscussa della rivoluzione artistica di Tiziano, vibrante intensa e piena di contrasti. Una luce che l’artista misura e mette continuamente alla prova, come nel notturno del Martirio di San Lorenzo del 1548. Tiziano fa un percorso artistico in cui la pittura diventa pura luce, puro colore, e la forma plastica appare depurata da forzature segniche. Il colore è steso a campiture come se fosse un impasto, agli stessi risultati arriverà Rembrandt nella sua opera tarda. 

Tiziano Vecellio, Paolo III con i nipoti…, 1546.

In altre parole la pittura di Tiziano perde i contorni e supera i confini dell’apparenza naturalistica per diventare calda, avvolgente e sensuale. Sono queste le caratteristiche della sua maniera tarda, che si rivelano in opere come la Venere allo specchio (1555) e la Danae (1545) del Prado, preludi all’Annunciazione di san Salvador (1560), dove l’aria sembra prendere fuoco ed ogni riferimento naturalistico e cancellato. Una luminosità drammatica, come quella del S. Sebastiano (1570) dell’Ermitage, rozzo e tenebroso, al pari di uno degli ultimi capolavori del maestro il Marsia scorticato (1570-76), dove un cromatismo fresco e acceso, sciolto ma preciso, mette in forma la forza patetica del colore.  La Pietà (1575-76) lasciata incompiuta, terminata da Palma il giovane, è forse il testamento finale di un artista che ha fatto della sua pittura una testimonianza oculare. Il telero, destinato alla cappella di famiglia, ritrae un Tiziano, ormai anziano sotto le vesti di San Gerolamo, inginocchiato ai piedi del Cristo. Un autoritratto che ci comunica la sua autenticità di essere stato sempre partecipe in prima linea, dentro i suoi quadri, nello sguardo che li ha prodotti, passando tra dubbi e incertezze, spiritualità e carnalità.

 

 

 

1Il riferimento va dai Ritratti dei dodici imperatori, non ancora terminati nel 1538, i Ritratti dei Cesari 1537-39 oggi perduti, dipinti per il castello mantovano, fino ad arrivare nei soffitti dipinti per Santo Spirito in Isola, tra il 1542-44, quali Il sacrificio di Abramo, David e Golia, Caino che uccide Abele, nei quali la pittura di Tiziano si piega alla maniera, pur mantenendo, specialmente nel gruppo di Santo Spirito, un audace illuminazione che sembra far guizzare le figure fuori dall’impaginazione prospettica.

2Ritratto di papa Paolo III col Camauro, Comune di Troina.

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Stefano Puglisi
Docente universitario di Antropologia Culturale all'Accademia di Belle Arti Statale di Catania , filosofo e fondatore del movimento Il Terzo Millennio. Si è occupato in particolar modo dell'emergenze storico-artistiche del territorio dell'Italia meridionale e porta avanti una proficua attività per l'analisi dei modelli di vita elaborati dall'uomo nel corso dei secoli, dei sistemi culturali, sociali e religiosi creati per sviluppare una realtà sostenibile. Cultore di Storia Patria, è componente del comitato scientifico della rivista nazionale sui Beni Culturali "Quaderni del Mediterraneo".

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