La forma della città: Troina Civitas Vetustissima

 

Bisogna tornare a parlare la lingua del fiume, del mare, del cielo, della nostra terra, ed imparare ad ascoltare, a luci spente osservando la notte le stelle. Mentre il mondo di oggi ci invita a fare tutto velocemente è necessario che troviamo uno spazio in controtendenza, fermiamoci a pensare, o a non pensare affatto, tra le piste impervie, tortuose, di campagne argillose, mezzo le stratificazioni rocciose dalla buccia grigio perlato, distesi nella terra rosso castagno, il mio invito è quello di un nuovo millennio in cui globale non vuol dire globalizzato.
É questo il futuro del mondo se vogliamo, quello di non perdere nell’oscurità del disinteresse la straordinaria varietà di modi di vivere, di interpretare la realtà che ci circonda, di proteggere a spada tratta la trazzera di paese allo stesso modo del monumento affermato.

Forse oggi la realtà è in crisi perché si sta perdendo il sogno, il modo di interpretarlo, e si avverte il disagio di non essere più protagonisti, produttori di idee e tendenze, mentre l’inevitabile tracollo di senso, fomentato dalla comunicazione di massa, ci rende sempre più vuoti e inerti.

Si è prosciugato il pozzo e nessuno si chiede dove è andata a finire l’acqua.

In molti hanno rinunciato ad un percorso di conoscenza autentico, atto a coinvolgere il soggetto e a materializzare una esperienza, un’avventura vera, con le sue probabilità e i suoi imprevisti. Stiamo delegando il senso dell’essere ad un sistema di protesi mnemoniche, ad un vortice di immagini delle quali è difficile, sempre di più, distinguere tra ciò che è vero o presunto tale.
La natura numerica del digitale fa diventare le immagini, utilizzando un attributo nato per l’arte, di “maniera”. Esse non fanno altro che rimandare a se stesse e si sostituiscono alla realtà fenomenica, condizionando non poco la capacità dell’uomo di immaginare le infinite possibilità del mondo fenomenico.

Con ciò non voglio dire di essere contro la cultura digitale, diversamente voglio sottolineare che questa non può sostituirsi al sapere dei nostri sensi. Sono convinto che i dispositivi protesici, a cui oggi innegabilmente siamo legati, se trattati attraverso una riflessione etica ed estetica, possono diventare un valido alleato per crescere ed affermare nuove traiettorie di senso.

Senza più nessuno disposto a dare voce soggettivamente alla realtà che calpestiamo questo mondo rischia di sparire.

Ed è questo il destino di molti centri urbani della ridente penisola italica. Interi paesi abbandonati perché nessuno più li cerca, li pensa. Città e paesi che non hanno avuto la fortuna di entrare nell’affare industriale, lontani dai principali collegamenti viari, dagli aeroporti, dai sistemi turistici, confinati in un arretrato entroterra da cui i giovani fuggono senza più tornare.

Queste è la realtà, per certi versi sembra ritornato il medioevo, quando morta la cultura egemone classica molte città hanno visto la loro fine, ma adesso a differenza del passato non si sono spenti i riflettori di un sistema, viceversa è il sistema stesso a decollare tutto ciò che non si allinea alla terrificante omologazione culturale a cui stiamo assistendo, partecipando inermi con ogni nostro gesto. Il più delle volte siamo distratti, altre impauriti, e anche se ci accorgiamo di essere facili prede, inghiotti dal sistema che veicola il nostro consenso e il nostro modo di agire facendoci sentire sempre divisi, incompleti, non riusciamo a reagire.

Detto diversamente il mio messaggio vuole affermare che non importa se veramente esiste dio o meno, se sono esistiti i dinosauri o meno, se l’uomo è andato sulla luna o meno, ciò che sta accadendo è la perdita di certezze. Una faccenda che si consuma principalmente attraverso la separazione dell’uomo dal suo ambiente naturale.

Per questo motivo ho iniziato questa discussione dicendo che bisogna tornare a parlare la lingua della nostra terra, nel senso che è necessaria una riappropriazione innanzitutto emotiva del senso di essere. Noi non siamo il nostro pensiero, il nostro sguardo, il nostro corpo, o perlomeno non siamo solo questo, e ciò che è dentro può essere un fuori e viceversa. Abbiamo la necessità di sentirci completi, semplicemente perché lo siamo in tutti gli aspetti.
La ricerca ci completa perché richiama all’essere qualità che già risiedono in noi, nella completezza di un progetto che è l’essere in vita.

Attraverso tali prospettive nasce il progetto Le forme della città, insieme ai ragazzi dell’Accademia di Belle Arti di Catania, e non solo, siamo tornati all’incipit primordiale del desiderio di conoscere e ci siamo gettati nel mondo.

Ma non è passato molto tempo e nel nostro cammino abbiamo trovato altre sensibilità che si sono rese disponibili al dialogo, dando la possibilità a coloro che si sono proposti in prima persona di ritornare ad immaginare la realtà, non trascurando di riqualificare e riedificare i valori, il senso e la forma di chi ha saputo essere protagonista della propria vita nel passato.

É stato il caso della disponibilità ed accoglienza che ci è stata offerta dal Sindaco Sebastiano Fabio Venezia e da tutta la cittadinanza troinese.

Veduta di Troina

Troina Civitas Vetustissima è l’appellativo, conferito da Ferdinando II (1508), con cui la città Regia, avamposto della conquista siciliana del Conte Ruggero nel 1061, viene chiamata ancora oggi affettuosamente dai suoi cittadini, orgogliosi della ricchezza storica e ambientale del sito.

E a ben guardare, dall’imponente roccaforte medievale, a 1120 metri s.l.m, dove oggi sono ancora visibili i resti dell’antico castello normanno, si può ammirare un panorama straordinario.
É questo un luogo magico dove gli insediamenti antropici si fondono in modo naturale con le caratteristiche geomorfologiche del territorio.

Dalla Piazza Conte Ruggero si presenta maestosa ai nostri occhi il vulcano attivo più grande d’Europa, L’Etna è qui presenza inquietante, sublime, pittoresca, cartolina vivente, gigante di fuoco, che caratterizza il paesaggio cambiando il suo aspetto nelle diverse stagioni dell’anno.

Ed è cosi che Troina si presenta come un catalogo di rapporti tra l’uomo e l’ambiante, del suo ambulare millenario, che come in una caccia al tesoro si rivela in tutta la sua arcaica presenza nelle ripide pareti sforacchiate da tombe preistoriche che caratterizzano la sua sperlonga. In quegli umori primari ancora intatti, tra gli alberi di roverella del Parco dei Nebrodi, in un immenso patrimonio boschivo, nelle variegate stratificazioni culturali che racconta ancora antiche ierofanie, come nel caso delle Meteres.

Troina luogo di importanti fondazioni monastiche, tra le quali i monaci basiliani che tramite la figura di San Silvestro, oggi patrono della città, la cui ricorrenza cade il 2 gennaio, hanno lasciato una traccia indelebile ancora viva attraverso le confraternite.

Troina 1943, foto di Robert Capa.

Ma soprattutto mi piace in questa sede sottolineare la realtà troinese come un luogo attivo nel nostro presente, la quale ha saputo distinguersi dal degrado e dall’abbandono dei comuni limitrofi grazie all’azione di uomini illuminati, come nel caso di Padre Luigi Ferlauto fondatore dell’Oasi, attraverso cui molti troinesi hanno trovato la possibilità di realtà lavorative e di crescita; e del Sindaco Sebastiano Fabio Venezia, con il quale la città sta vivendo una florida stagione che ha visto il ritorno della legalità e dell’unione cittadina.

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Stefano Puglisi
Docente universitario di Antropologia Culturale all'Accademia di Belle Arti Statale di Catania , filosofo e fondatore del movimento Il Terzo Millennio. Si è occupato in particolar modo dell'emergenze storico-artistiche del territorio dell'Italia meridionale e porta avanti una proficua attività per l'analisi dei modelli di vita elaborati dall'uomo nel corso dei secoli, dei sistemi culturali, sociali e religiosi creati per sviluppare una realtà sostenibile. Cultore di Storia Patria, è componente del comitato scientifico della rivista nazionale sui Beni Culturali "Quaderni del Mediterraneo".

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