La forma della città: i mercati storici di Catania

Insomma la realtà culturale catanese è una forma complessa ancora in avvenire, della quale è difficile fare pronostici.

Catania come Palermo, Napoli, Tunisi, Istanbul o Atene, è una città antica, nella quale le stratificazioni architettoniche, archeologiche, del centro storico, e non solo, raccontano ancora oggi il turbolento susseguirsi di dominazioni culturali che hanno lasciato un segno indelebile del loro passaggio. Catania la città Etnea, posta alle pendici del vulcano attivo più alto del continente europeo, l’Etna nel corso del tempo non ha fatto mancare di sentirsi, tra terremoti e lava, rimodellando in parte l’aspetto della città, in un continuo ribollire che persiste ai giorni nostri.

veduta di catania e dell'etna

Ma le stratificazioni culturali del territorio catanese non sono visibili solo nella sorprendente varietà urbanistica, la quale si esprime attraverso una dinamica forma della città in incessante riconfigurazione, esse vivono ogni giorno soprattutto attraverso la realtà cosmopolita del popolo catanese, gente di fuoco, attiva di natura, commercianti per vocazione. Il popolo catanese ha tutte le classiche caratteristiche della gente del meridione del mondo, sono aperti, eccentrici e creativi, ma tengono in modo particolare alle loro tradizioni. Pur essendo ormai una città che conta i numeri della metropoli, il catanese è fortemente legato alle ricorrenze religiose che continuano a scandire il calendario tra il tempo della festa e quello del lavoro. Come nel caso della festa per la patrona della città Sant’Agata che ha luogo dal 3 al 5 febbraio. Per l’occasione fede e folklore si uniscono dando spazio ad un momento di vita ed unione del popolo catanese unico nel suo genere. Ed è così che a Catania si utilizza ancora oggi il linguaggio dialettale, i suoni della parlata locale, dimenticati dalle nuove generazioni nate da genitori borghesi o piccolo borghesi, cresciute dalla tv e dal cinema, immerse nell’immenso pozzo multimediale in cui forme e contenuti si allineano e appiattiscono; questi suoni sono rimasti vividi e attuali nei mercati antichi e nelle piazze, tra le vie dei quartieri popolari e i commercianti del centro.

Certo, il caso catanese non fa sicuramente eccezione, il progressivo depauperamento dei tipici luoghi d’incontro, riconfigurati dall’affare del turismo di massa che ne ha voluto fare souvenir diffusi, e dalla concorrenza dei grandi centri commerciali, i quali hanno spostato gran parte dei catanesi all’interno di capannoni commerciali che fingono di essere piazza e via, catturando l’attenzione del consumatore in spazi privi di identità. Catania sta avendo lo stesso destino di molte città storiche della penisola italica, sta perdendo la propria identità, ma spostando l’attenzione verso una prospettiva positiva, bisogna sottolineare una certa resistenza del popolo catanese a piegarsi totalmente all’annichilamento identitario contemporaneo.

Emblema di tale resistenza sono indubbiamente i mercati del centro storico a Piscaria e a Fera o Luni. Il primo, il mercato ittico, è il più antico mercato catanese, il quale dal XIX secolo occupa il terrapieno scavato nelle mura di Carlo V e si estende dall’attuale Piazza Alonzo di Benedetto e Piazza Pardo, fino ad arrivare agli archi della marina su via Dusmet. Qui, tra i tavoli ricolmi di pesce fresco, i venditori gridano e sembrano fare a gara, promuovendo il loro prodotto attraverso a vanniata, la quale ancora oggi si esprime tramite persuasivi slogan in dialetto che ricordano l’arte oratoria del periodo greco. A piscaria racconta ancora oggi una storia antica, fatta dalla fatica dei pescatori, o semplici venditori di pesce, molti dei quali da generazioni offrono un servizio per molti versi sottovalutato che non può di certo fare la fine di diventare semplicemente “attrazione turistica” per i tanti forestieri che accalcano le vie del centro.

Lo stesso dicasi per a Fera o Luni che si sviluppa in Piazza Carlo Alberto, a pochi passi da Piazza Stesicoro e via Etnea, sicuramente uno dei mercati storici più grandi del meridione d’Italia, in cui folklore e tradizioni popolari si influenzano vicendevolmente. Sulla Piazza infatti si affaccia una delle chiese più maestose di Catania, il Santuario della Madonna del Carmine del 1729, il quale testimonia l’importante presenza in città dei monaci carmelitani. Di particolare interesse storico-artistico è anche la piccola chiesa di San Gaetano alle Grotte, edificata sui resti di un precedente edificio religioso, la Chiesa di Santa Maria della Grotta, risalente al 264 a.C, la quale è ancora visitabile, per ciò che rimane, nei sotterranei della chiesa, dove si apre un labirinto di cunicoli di età arcaica, forse utilizzati come catacombe dai cristiani.Ma ritornando a livello del suolo, al mercato a Fera o Luni, a differenza della Pisciria, dedicato quasi esclusivamente al cibo, ci si può trovare di tutto, dall’abbigliamento all’oggettistica.

foto del mercato di catania a fere o luni del 1936
Il mercato di Catania a fera o luni del 1936

Negli ultimi anni la presenza di immigrati, in particolare di origine africana, indiana e cinese, ha modificato il mercato verso un’apertura internazionale. Sono rinati alcuni mestieri, come il sarto per strada che con pochi spiccioli rammenda, fa orli e ripara indumenti in tempo reale, o il calzolaio che vende scarpe usate accuratamente riparate e selezionate. L’entrata al mercato di questa ventata internazionale lo ha reso un luogo ancora più interessante e variegato. Molte sono le bancarelle che vendono cibi prettamente cinesi, indiani o africani, lo stesso vale per l’oggettistica e l’abbigliamento. Ma la cosa più sorprendente è il fatto che nessuna di queste nuove etnie dentro il mercato è stata emarginata, altresì ci si trova davanti ad una realtà assimilativa, cooperativa, di forte integrazione. Non è difficile infatti, passando tra le viuzze conformate dai vari venditori e le loro esposizioni, sentire parlare in dialetto catanese gli stranieri, in particolare gli africani, i quali per accattivarsi il compratore locale lo chiamano ‘mpare (compare), utilizzando un tipico attributo che i catanesi danno agli amici stretti.

Insomma la realtà culturale catanese è una forma complessa ancora in avvenire, della quale è difficile fare pronostici.

Ma non per questo dobbiamo rinunciare ad una continua rilettura della forma e dei contenuti che la contraddistinguono. Soprattutto adesso che attraverso i media si sta assistendo alla deriva dei contenuti, risulta ancora più necessario educare le nuove generazioni a “guardare” con i propri occhi la realtà che li circonda. Un esercizio faticoso ma indispensabile, sarebbe molto più semplice non scendere in campo e rimanere spettatori passavi di notizie consumate in fretta, sempre più rapidamente, senza sapere chi e come le scrive, sul web. Diversamente, andando controtendenza ai parametri dell’informazione massmediatica mordi e fuggi, i video proposti da III Millennio, seguendo le suggestioni dell’antropologia interpretativista di Clifford Geetz, il quale rifiuta le tendenze positiviste dell’antropologo in favore di una interpretazione della cultura come significato in continuo mutamento, vogliono aprire uno squarcio nell’indifferente-indifferenziato della comunicazione odierna.

Sono del parere che solo attraverso “l’osservazione partecipe” di ognuno di noi, per mezzo di uno sguardo attivo e critico della realtà che ci circonda, è possibile riappropriarci della complessità di un mondo che ci richiama alla pazienza, alla dedizione, di uno sguardo che non sia mai stanco di espandere la propria consapevolezza. É questo quello che hanno fatto gli autori del video La Forma della Città, ragazzi dell’Accademia di Belle Arti di Catania, i quali mettendosi in discussione sono scesi in campo trasformandosi in antropologi della propria cultura. Loro non si sono accontentati di conoscere il proprio ambiente attraverso antologie rimasticate, il più delle volte senza alcun riferimento autoriale, che il web propone; hanno pensato invece di metterci la faccia ed avere uno scontro diretto con la città in cui vivono.

Si sono fatti portatori di senso di una realtà che non può essere letta solo concettualmente, attraverso frasi fatte e retorica dei costumi, il sapere necessità un approccio sinestetico volto verso una totale contaminazione percettiva del dato reale.

Il sapere ha bisogno di professionisti, attivisti, volti a riqualificare il senso comune che nel mondo di oggi si è trasformato in un inutile “parere”.

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Stefano Puglisi
Docente universitario di Antropologia Culturale all'Accademia di Belle Arti Statale di Catania , filosofo e fondatore del movimento Il Terzo Millennio. Si è occupato in particolar modo dell'emergenze storico-artistiche del territorio dell'Italia meridionale e porta avanti una proficua attività per l'analisi dei modelli di vita elaborati dall'uomo nel corso dei secoli, dei sistemi culturali, sociali e religiosi creati per sviluppare una realtà sostenibile. Cultore di Storia Patria, è componente del comitato scientifico della rivista nazionale sui Beni Culturali "Quaderni del Mediterraneo".

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