Comizi d’amore: per un cinema d’inchiesta

Seguendo le orme del film inchiesta Comizi di Amore di Pier Paolo Pasolini, uscito nelle sale italiane nella primavera del 1965, cioè oltre 52 anni fa, insieme agli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Catania, e con loro molti altri professionisti e amatori del settore, la Cattedra di Antropologia Culturale ha pensato di riproporre questa sorta di sussidio pedagogico per l’educazione sessuale del popolo italiano, aprendosi ad una prospettiva letteraria che abbia come scopo la “pratica della verità”, verso una conoscenza diretta dell’uomo e dell’ambiente che lo circonda.

Il progetto vuole sottolineare ciò che risulta più incisivo nel reticolo di domande che Pasolini propone al passante, ovvero la spontaneità della gente, del popolo, il rapporto con la videocamera, soprattutto in ciò che essa riesce a mettere in luce, tra la timidezza e la paura dell’intervistato nel rivelarsi al mondo. L’esempio pasoliniano è quindi innanzitutto preso in esame come proposta pedagogica, paradigma di un “cinema inchiesta”, che prende forma dalle tendenze del cinéma vérité di Jean Rouch degli anni ’60, il quale si richiama esplicitamente al Kinoglaz di Dizga Vertov, nato nel grande rivolgimento russo degli anni ’20. Tale metodologia si basa sulla cattura della realtà, attraverso il mezzo audiovisivo, nel suo dispiegarsi, utilizzando la camera senza inutili compiacimenti formali, essa diventa “sismografo di senso” del mondo circostante, alla ricerca di un raccontare-raccontarsi che si sviluppa a partire dall’atto stesso della ripresa.

comizi d'amore, pier paolo pasolini intervista una donna per strada
Pier Paolo Pasolini intervista una donna del popolo

I tempi sono cambiati, invano oggi si potrebbe pensare di ritrovare quella divisione di strati sociali a cui Pasolini si rivolge, fatta dalla borghesia, dalla piccola borghesia nascente, ma soprattutto dalla gente comune, ancora legata ad una dimensione verace, autentica, proletaria, della vita umana.

Tutti oggi siamo ormai, chi più chi meno, proiettati, verso la cultura dello spettacolo, la cosiddetta società del consumo, del benessere, aspramente criticata ai suoi albori dall’intellettuale Pasolini.

La televisione è diventata la paideia dei ragazzi, “gettati” davanti lo schermo televisivo per buona parte della loro giornata sin da piccoli, per l’incuria di genitori distratti o troppo occupati a tenere il passo con le “necessità” della vita moderna, e di una scuola rinnegata nei suoi valori politici. Parimenti vale per le persone che hanno superato l’età lavorativa, le quali trovano nello schermo televisivo, ormai digitalizzato, quella compagnia che invano troverebbero nelle nostre città “dormitori” in cui si è persa la spontaneità del contatto umano, del rapporto con il vicinato, di quei valori che facevano intrecciare legami affettivi e di mutuo soccorso.

Troppo faticoso, oggi gli amici sono su Facebook e si possono ottenere facilmente con un “mi piace”, segui quello o l’altro, mentre ognuno di noi si ritrova sempre più solo a fare i conti con la propria coscienza, e la perdita di ogni buon senso.

Siamo una società che ha perso il senso comune, la democratizzazione della rete multimediale coincide con una società che vive una psicosi collettiva. Ognuno dice la sua senza ascoltare l’altro, verso un’inesorabile perdita di senso comunitario. Ciò che sta venendo a mancare tra le persone è la fiducia di essere parte di un unico progetto, di essere umanità e di cercare in essa quei valori che fino a 50 anni fa erano indotti dalle dottrine in maniera coatta.

Se le domande di Pasolini si rivolgevano ad un Paese con forti disparità economiche e culturali, tra nord e sud, tra borghesia e sottoproletariato, tra la gioventù e gli adulti, oggi tutto si appiattisce, si allinea, tanto che pare assurdo fare la domanda se si è d’accordo col divorzio o meno perché il matrimonio ha di fatto perso il suo valore, la sua reale necessità sociale, trasformandosi in una delle tante opzioni usa e getta dei rapporti intrecciati dall’uomo contemporaneo.

Lo stesso vale, a mio parere, quando si chiede alla gente sulle proprie idee riguardo le tendenze sessuali, le quali messo da parte un sano discorso di libertà personali, si sono protese verso una discussione classista.

Oggi non ha più importanza se a parlare sia Moravia, Ungaretti o l’uomo della strada, perché le nostre convinzioni sono deboli, labili, e non hanno la percezione della complessità di un globale sempre più globalizzato.

Ci sentiamo sempre più cittadini del mondo mentre questo si sta trasformando in un sentito dire, in un viaggio simulacrale fatto d’immagini autoreferenziali e prive di mediazioni autorevoli.

Alle credenze e alle superstizioni stiamo sostituendo l’iperbole del soggetto come portatore di senso a priori. Si prescinde, dando all’altro forma e senso a noi conveniente, nella previsione di annientare ogni vera alterità, ogni possibile crescita basata sull’apertura a ciò che è realmente diverso.

Ma a prescindere dalle domande, le quali non possono che riconfigurarsi all’interno di un discorso in divenire, la lezione di Comizi d’Amore di Pasolini risulta senza dubbio ancora emblematica. Soprattutto adesso, in questa realtà post-storica, dove ormai l’autoreferenziale coincide con l’incultura di massa, con la comunicazione massmediatica, solo attraverso una continua rigenerazione degli spazi di comunicazione, ponendoli in persistente contatto con la pluralità della realtà fenomenica, è possibile ritrovare una traiettoria di senso comune in grado di arginare la depoliticizzazione della società in cui viviamo.

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Stefano Puglisi
Docente universitario di Antropologia Culturale all'Accademia di Belle Arti Statale di Catania , filosofo e fondatore del movimento Il Terzo Millennio. Si è occupato in particolar modo dell'emergenze storico-artistiche del territorio dell'Italia meridionale e porta avanti una proficua attività per l'analisi dei modelli di vita elaborati dall'uomo nel corso dei secoli, dei sistemi culturali, sociali e religiosi creati per sviluppare una realtà sostenibile. Cultore di Storia Patria, è componente del comitato scientifico della rivista nazionale sui Beni Culturali "Quaderni del Mediterraneo".

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