Globale no globale.

Globalizzazione è sinonimo di connessione, divulgazione, diffusione, espansione, propagazione, verso un sistema globale che investe le principali attività umane. Il termine, già utilizzato per descrivere gli studi sulla psiche evolutiva, storicamente viene introdotto nel lessico moderno, dal linguaggio anglosassone, a partire dallo studio pubblicato dall’Economist 4 aprile 19591 .(la prima comparsa nel Webster’s New International Dictionary 1961). Il significato di globalizzazione è oggi utilizzato prevalentemente per descrivere un fenomeno progressivo dei cambiamenti ‘economici da un ambito locale ad una dimensione globale. Tale fenomeno in stretta connessione con lo sviluppo della comunicazione, in particolare dei mass media, si esprime attraverso una costante accelerazione dei processi e dei mutamenti in atto.
Seguendo una prospettiva storica, è stato il colonialismo, strumento di base con cui i grandi imperi antichi e moderni hanno accresciuto il proprio potere, a porre i presupposti economici e culturali della globalizzazione. Il vasto processo messo in evidenza inizia in epoca moderna nel XVI secolo, con la colonizzazione da parte dell’Occidente dei territori “scoperti”, e si afferma sotto il nome di imperialismo2 a partire dalla seconda metà del XIX secolo, sottintendendo con esso l’occupazione e lo sfruttamento realizzato con la forza da parte delle potenze europee, ai danni di popoli ritenuti arretrati o selvaggi.
La paradossale giustificazione etica e politica, per la quale le vicende imperialistiche sono legate ad una presunta missione civilizzatrice da parte dell’Occidente, viene fomentata dagli stessi Stati occidentali, i quali gradualmente impongono anche un egemonia culturale. Missionari, esploratori, studiosi di ogni genere, vengono mandati al “fronte” per evangelizzare, insegnare, acculturare, le popolazioni locali, ma anche per studiare gli usi e costumi locali, in modo di rendere più semplice e sfruttare al meglio le realtà indigene.
Ma l’atteggiamento non cambia, molti antropologi in epoca coloniale hanno creduto di viaggiare nel tempo alla ricerca di popolazioni primitive, si sono posti in relazione alle altre culture da superiore ad inferiore, ipotizzando scale evolutive. All’interno della discussione antropologica, verso la metà del XIX secolo, si sviluppa il diffusionismo, una prospettiva epistemologica che si oppone al darwinismo e pone le basi per la giustificazione “missionaria” del potere Occidentale verso i popoli colonizzati. A differenza dell’evoluzionismo classico, il quale ritiene l’uomo creativo ed ogni popolazione in grado di inventare, seppur in modo diverso e in tempi diversi, il diffusionismo ritiene che l’umanità non è creativa, le cose si inventano una volta sola e poi vengono trasmesse da un popolo all’altro. Questa tendenza si sviluppa in particolare nell’opera di geografi e antropologi austro-tedeschi, il più influente di essi Friedrich Ratzel.
Mantenendo elementi evoluzionisti egli sostiene che le culture non sono altro che il risultato di conquiste dei popoli più deboli da parte di chi è tecnicamente e culturalmente più avanzato. Ratzel è il primo antropologo che enfatizza la trasmissione di cultura dividendo il mondo in quelle che oggi chiamiamo “aree culturali”, dalle quali Leo Frobenius sviluppa l’idea dei “cerchi culturali”, ovvero l’esistenza di grandi aree culturali in grado di sviluppare una egemonia tale da soppiantare le culture preesistenti, ad esempio la cultura dell’arco e della freccia soppianta quella della lancia. Le idee dei “cerchi culturali” domineranno l’antropologia tedesca fino al Terzo Reich. Anche se la dittatura degli anni ’30 distrugge l’antropologia tedesca, parte della sua tradizione si consolida in America attraverso il lavoro di Franz Boas, il quale insegna alla Columbia University di New York dal 1896 al 1936.
Egli diventa uno dei più influenti antropologi degli Stati Uniti contribuendo, in particolare insieme a uno dei suoi allievi A. L. Kroeber, ad sviluppare la nozione di “campo culturale”.
Boas e i suoi allievi rigettano la nozione di “cultura” evoluzionista in favore del “particolarismo storico”, ovvero una pluralità di culture influenzate, oltre che da fattori geografici, dall’infinita serie di percorsi storici, i quali non possono seguire i rigidi sistemi evolutivi.
Il suo procedimento capovolge i metodi tayloriani del lavoro dell’antropologo, spostando l’attenzione dall’universale al particolare, egli lavora attraverso un osservazione ben localizzata con l’intento di cogliere i particolari stili di vita che fanno di ogni cultura un’esperienza unica e irripetibile.
Ma il sano rifiuto evoluzionista, la minimizzazione dei fattori diffusionisti, sono ideali che si spengono nell’antropologia americana alla morte di Boas e del suo relativismo.
Una scuola di pensiero, tutt’ora influente, che si diffonde non a caso nel Nord America, la quale mette l’accento sulla storia, recuperando dei principi evoluzionisti e diffusionisti, e quella dell’economia politica. Da essa deriva in parte la teoria del “sistema mondo” di Immanuel Wallerstein3, il quale partendo dalla divisione compiuta da Karl Polany4, in relazione ai modi in cui l’economia si integra alla società, distingue due tipi di “sistemi mondo”. Si tratta di economie di sussistenza al di sopra di entità politiche fondate su un unica struttura portante della divisione del lavoro, esse possono essere caratterizzate da un unico sistema politico come l’impero, o possono essere basate su fattori quasi esclusivamente economici come il capitalismo.
Per Wallerstein l’economia capitalista è stata realizzabile all’interno di una struttura economica come quella europea, in cui il feudalesimo ha permesso un mutuo interesse di scambi economici al di sopra degli interessi prettamente politici. Wallerstein considera il sistema-mondo moderno un’economia-mondo capitalista, in cui centro, periferia e semiperiferia, costituiscono la struttura dei processi produttivi, i quali pur cambiando geograficamente non cambiano di struttura, permanendo l’ordine dello spazio economico.
Le strutture che compongono una economia capitalistica globale non possono essere spiegate senza spiegare il sistema nel suo insieme. Lo sviluppo delle tre zone costituenti, ma anche altri oggetti, quali la storia degli Stati, l’azione delle classi sociali o di altri gruppi, non possono essere compresi e spiegati senza riferirli allo sviluppo del sistema-mondo nel suo complesso.

Ciò che appare chiaro, seguendo il percorso storico-ideologico sulle teorie della globalizzazione, è il perdurare di una concezione diffusionista della globalità, oggi incarnata nella missione tecno-civilizzatrice, la quale continua a fomentare ideologicamente l’egemonia economica e culturale filo statunitense. Le politiche liberaliste statunitensi, la mobilità del capitale finanziario, volta a favorire compagnie private multinazionali, la costituzione di nuovi organismi soprannazionali come la comunità europea, il fondo monetario internazionale, il WTO, mettono a dura prova gli interessi pubblici di Stato o Nazione. Il modello economico liberalista di Regan e Toucher, volto ad arginare la crisi petrolifera degli anni 70 (stagflazione shock petrolifero 1973), ha visto lo smantellamento dell’economia keineiniana favorevole all’intervento dello Stato sull’economia, in favore di una progressiva privatizzazione di tutti i settori pubblici. Dopo la caduta del muro di Berlino (1989), il modello liberare ha definitivamente sostituito la concezione di sovranità-stato in sovranità-finanziaria. Ciò è avvenendo in modo sempre più radicale grazie alla tecnologia delle comunicazioni. Il ruolo assunto da internet, la rete globale, non ha solo agevolato i processi finanziari, esso ha contribuito decisamente a costituire un nuovo paradigma, il quale vede nella società delle comunicazione le sue origini. É attraverso i mass media, ma soprattutto ad internet che l’idea stessa di globalizzazione ha iniziato ad investire il sistema sociale, promuovendo la diffusione degli stili di vita e di consumo del capitalismo statunitense. Attraverso la tecnologia dei media, come già ha profeticamente annunciato Marshall McLuan in Undestanding Media, tutti i sistemi, compresa la struttura economica occidentale, sono oggi un prodotto a base mediale, sono dentro “il villaggio globale”. Ciò che prima era una realtà letteraria, storica, oggi si sta trasformando in una quantità di contributi multimediali, più o meno demagogici, ai quali le persone hanno accesso soggettivamente. Se la comunicazione multimediale è il metodo di conoscere, di sapere, della nostra epoca postmoderna, poststorica perché priva di testimone, di ideologia, gli utenti di internet sono il popolo virtuale-globale, i quali non sono richiamati ad alcun credo, la comunicazione è più incline alle tendenze, alla possibilità di attirare vasti pubblici sfruttando l’immaginario collettivo. Internet è oggi un grande mercato globale in cui è accesa la sfida etica ed estetica, la quale tenga conto della natura autoreferenziale dei dispositivi, del loro essere altro, protesi, estensione virtuale di una realtà ben più complessa. Difficilmente internet potrà reggere una prospettiva che prenda in considerazione il rispetto del particolare rispetto al generale, per questo adesso la più grande sfida di internet è l’integrazione. Ma danni collaterali sono già evidenti nelle nuove generazioni, le quali si sono allontanate dal particolare delle proprie culture verso una graduale ma evidente adesione ai linguaggi del mondo della comunicazione. Ciò si riflette anche nell’immaginario dei flussi migratori, i quali attraverso internet vengono attratti dal caleidoscopico mondo occidentale, e nuove realtà capitaliste come la Cina e l’India hanno prepotentemente invaso il mercato con manodopera a basso costo, verso una progressiva occidentalizzazione dei consumi, con le conseguenze ambientali che ne derivano. Che ci piaccia o no il mondo si sta sempre più occidentalizzando, anche là dove sono calpestati i diritti umani, e intere regioni vengono sfruttate e saccheggiate, dalle multinazionali che inquinano l’ambiente e distruggono gli equilibri tra i popoli indigeni. E la storia sta diventando sempre più solo un souvenir che collega le rotte aeree del turismo di massa. Al di fuori di questo processo rimangono solo quei popoli in cui estremismi cosmologici (religione, politica), non hanno permesso un integrazione e di conseguenza sono stati assunti come nemici.

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Stefano Puglisi
Docente universitario di Antropologia Culturale all'Accademia di Belle Arti Statale di Catania , filosofo e fondatore del movimento Il Terzo Millennio. Si è occupato in particolar modo dell'emergenze storico-artistiche del territorio dell'Italia meridionale e porta avanti una proficua attività per l'analisi dei modelli di vita elaborati dall'uomo nel corso dei secoli, dei sistemi culturali, sociali e religiosi creati per sviluppare una realtà sostenibile. Cultore di Storia Patria, è componente del comitato scientifico della rivista nazionale sui Beni Culturali "Quaderni del Mediterraneo".

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