Nella nostra realtà, in questo mondo in cui l’Occidente sembra prevalere attraverso una dittatura mediatica e finanziaria, parlare di territorio diventa un argomento fondamentale per il recupero della propria identità e per quella delle generazioni future.
L’anestetizzazione identitaria messa in atto dal processo di globalizzazione sta annichilendo la moltitudine di traiettorie di senso prodotte dall’uomo nei millenni, tutto si appiattisce, si omologa, si allinea.
Dopo gli aberranti risvolti coloniali del XIX e XX secolo, accompagnati da una antropologia bigotta e autoritaria, quando le rivoluzioni sembravano aver ridato voce ai popoli; il nuovo sistema globale ha ridefinito e affermato la propria egemonia costituendo un sistema economico-finanziario che di fatto sta terraformando ogni genere di pluralità culturale.
Si sta ridefinendo la nuova Babele, è già nata in forma mediatica attraverso il web, e anche se i “grattaceli cadono” ci hanno spinti già oltre, creando una nuova società che non ha prospettive ideologiche e non pensa. La globalizzazione e di fatto una prospettiva epistemologica di diffusionismo estremo, una sola traiettoria, un solo credo, quello di essere diventati tutti consumatori. Sembra che siamo sempre meno capaci di produrre nuove idee, cambiare strada ammettendo l’errore, il sogno, la pazzia, e il sistema di studio è diventato ostinatamente specifico, settoriale. Nella società post-industriale non si sta pensando ad reinventare un nuovo modello di vita, questo è un tempo in cui si trovano a convivere dentro la coscienza globale società agricole, industriali e tecnologiche allo stesso momento, nello stesso campo d’azione: il Globo.
Ritornare a saper vedere il territorio significa dunque riappropriazione, in primo luogo di una analisi che si apre alla conoscenza della condizione umana, del fondamentale rapporto uomo-ambiente e degli aspetti antropici che ne conseguono. Un approccio che abbia la coscienza che ogni studioso configura il suo sapere attraverso le domande che si pone, partendo dal suo punto di vista e dagli obbiettivi della ricerca. Un coinvolgimento personale che si arricchisce di una visione multidisciplinare, indispensabile per ampliare di contributi il proprio campo di studi, imboccando nuove strategie che non facciano a meno di una apertura “immaginativa”.

Come nella migliore tradizione antropologica, la conoscenza del rapporto uomo-ambiente necessità di uno sviluppo binario: una continua verifica dei modelli antropici presi in esame nelle diverse scienze umane, la quale diventa vivida attraverso la verifica pratica, per trarre da ciò riflessioni dirette con la realtà contingente.
Oggi i mezzi di comunicazione, gli stessi che ci hanno riempito la testa facendoci credere di dover essere sempre sulla cresta dell’onda, giovani e vigorosi, e ci hanno venduto la libertà svuotata dal suo perché essere liberi, possono diventare una porta d’acceso ad una rivisitazione dei luoghi che hanno costituito il perno della civilizzazione. Si tratta di adottare una traiettoria che vada oltre la retorica di studi urbani politicizzati recuperando il senso sociale e coesivo.
Solo recentemente si inizia ad approfondire della città quegli aspetti sociali che di fatto sono il vero incipit di qualsiasi rivoluzione politica. In questa prospettiva anche i media, e non sto parlando dei giornali e delle televisioni addomesticate da una ricezione unilaterale, i nuovi media se aperti verso una continua rigenerazione dell’immagine simulacrale possono diventare un valido alleato per costituire una antropologia del territorio e non per il territorio.

Saper vedere il territorio significa innanzitutto valutarne la forma, il suo rapporto con il paesaggio e di come questo dialoga con l’agglomerato cittadino.
La città come forma, perno della civilizzazione umana, luogo in cui i fenomeni sociali e politici, culturali e religiosi, sono dettati da una sequela di elementi, i quali costituiscono modelli di comunità urbane.
Appare chiaro che la realtà dei variegati ambienti in cui viviamo non è solo frutto della natura, l’uomo ha antropizzato l’ambiente costituendo una moltitudine di modelli, realtà possibili nel tempo e nello spazio, plasmando il territorio attraverso un vastissimo repertorio di conoscenze, saperi, ma anche credenze e superstizioni.
Ancora oggi bisogna fare i conti con i modelli di vita religiosa, latenti nell’occidente laicizzato, fondamentali nell’oriente industrializzato e non, estremi nel medio oriente. Ognuno di essi si presenta come una emergenza specifica che non ha eguali nella storia.
É necessario porre l’attenzione agli aspetti sociali che ha prodotto la rivoluzione industriale, dalla metà del Settecento ad oggi, la quale rappresenta un fondamentale momento di cambiamento al pari dell’invenzione dell’agricoltura. Bisogna tener conto di come la politica ha cercato di canalizzare e controllare la popolazione, sviluppando la necessità di nuovi modelli di sviluppo.
Alla base di queste riflessioni c’è sempre la continua problematizzazione del rapporto tra l”uomo e l’ambiente. L’uomo pensa l’ambiente, arricchendolo di significato attraverso la pluralità del suo sguardo, il quale non può accontentarsi di una realtà indifferenziata, da leggere come un immensa antologia.
Conoscere i modelli delle comunità urbane ci porta inevitabilmente a riconoscere i segni del pensiero che li ha prodotti. E ahimè a volte le differenze tra lo studioso e “lo studiato” sono talmente vaste, e le culture talmente lontane da far diventare gli studi comparati delle semplici storielle sensazionali che incuriosiscono il pubblico.
Per non perdersi nella moltitudine è necessario inquadrare una prospettiva.

Vastissimo è il catalogo di studi sull’argomento a disposizione dello studioso. Della città ci si è occupati in tutte le epoche e in tute le condizioni, alla ricerca di moduli, differenziazioni, giustificazioni, riconfigurazioni ecc…
Ma prima di tutto è importante prendere in considerazione le emergenze in questione nella nostra realtà contemporanea: l’uso del territorio e le sue risorse, la metropoli, la sovrappopolazione, gli slurm, le città satellite, i colonialismi industriali, le migrazioni, l’abbandono di intere città rurali, il sentirsi sicuri in relazione al territorio. Tutte queste realtà sono il frutto di stratificazioni culturali, movimenti sociali, modi diversi di saper leggere il presente dando una prospettiva al domani.
Studiare le problematiche dell’ambiente civile significa innanzitutto guardare retroattivamente alla vasta moltitudine di esempi che provengono dal passato, cercando di trovare spunti e insegnamenti utili per comprendere a pieno la realtà circostante. L’essere consapevoli di poter dialogare con il Mondo, ci mette di fronte al fatto di dover fare i conti con diversi modi di rappresentare la civiltà contemporaneamente. Le civiltà del passato, compresa la nostra fino ad un secolo e mezzo fa, non riflettevano su quale modello di civiltà sia più conveniente in un tempo misurabile, semmai cercavano di trarre il meglio dalla loro stessa civilizzazione. Il fatto di essere oggi tutti insieme: democrazie, comunismi, monarchie, Tirannie, capitalismi, nazionalismi, ecc…
Deve trasformarsi in motivo di condivisione, ed è ciò che è successo e sta succedendo nelle grandi metropoli del mondo. Le migrazioni del periodo industriale ancora in atto, le guerre, i cambiamenti ambientali, la comunicazione digitale, la facilità dei collegamenti aerei, il turismo di massa, mettono a dura prova l’organizzazione delle nostre città, le quali nella maggioranza non sono state pensate per far fronte a tali avvenimenti.

La nostra storia non può fare a meno di partire da questa totalità, dalla necessità di aprire un discorso globale ma non globalizzato.
Dalla frantumazione delle cosmologie e il conseguente avvento nichilista, alla fine delle certezze nella nostra realtà post-industriale, in cui il dominio tecnologico e scientifico ha già ravvisato i suoi limiti, privando progressivamente l’essere dall’esperienza. Ci sentiamo proiettati in un mondo che ha le sue regole ma sentiamo di non farne parte. Viviamo in società basate sul lavoro, in città costruite appositamente per gli operai, i dirigenti, gli studenti, le loro famiglie, ma questo è stato progressivamente sostituito dalle nuove tecnologie. Le nostre piazze, i caffè, i cinema, le chiese, sono già diventati altro, hanno perso quel significato di riunione collettiva e identitaria per diventare souvenir diffusi.
E adesso siamo in attesa, nessuno ha idea di come riconfigurare il nostro spazio, e a parte qualche cattedrale nel deserto, come nel caso di Dubai, nessuno si cimenta a costruire la città nuova.
Negli ultimi anni si è parlato di recupero dei centri storici, dell’emergenza periferie, ma nessuno riflette seriamente di come organizzare più di 7 miliardi di persone sulla terra, i quali si continuano a riversare nei centri metropolitani in cerca di una occupazione.
Non si pensa il nuovo, non c’è un’idea a livello globale. Per il momento si continua a raschiare il fondo della pentola, perseguendo ognuno i propri interessi economici, quando già il mondo della “crescita continua” e sparito davanti i nostri occhi.
É cambiata la società, il lavoro non è più basato sulla forza ma sullo scambio di idee. Si fanno sempre più i conti con le risorse a disposizione, e se pur non mancano le tecnologie si tarda a mettere in atto un piano globale per le rinnovabili. Ormai siamo consapevoli dei disastri ambientali causati dal nostro sistema produttivo, ma ancora sono poche le realtà in cui si ha avuto il coraggio di affrontare il problema, prendendocene responsabilità personalmente.
La città deve essere inquadrata verso una prospettiva ecologica, olistica, interculturale, alla ricerca di condizioni favorevoli per farla diventare casa che accoglie, protegge e nutre i cittadini.

CONDIVIDI
Articolo precedenteDell’intelligenza
Prossimo articoloSalvator Rosa: artista di dimensioni europee
Stefano Puglisi
Docente universitario di Antropologia Culturale all'Accademia di Belle Arti Statale di Catania , filosofo e fondatore del movimento Il Terzo Millennio. Si è occupato in particolar modo dell'emergenze storico-artistiche del territorio dell'Italia meridionale e porta avanti una proficua attività per l'analisi dei modelli di vita elaborati dall'uomo nel corso dei secoli, dei sistemi culturali, sociali e religiosi creati per sviluppare una realtà sostenibile. Cultore di Storia Patria, è componente del comitato scientifico della rivista nazionale sui Beni Culturali "Quaderni del Mediterraneo".

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here